LEZIONI 1-2

Il pensiero e la critica letteraria femminista

Premessa.

Per parlare di femminismo e discipline classiche è ovviamente necessario avere un’idea di cosa sia il ‘femminismo’, e di quale sia l’influsso che il femminismo ha esercitato sulle scienze umane.

Per questo, prima di affrontare il tema del femminismo nello studio dell’antichità classica in generale, e della letteratura latina in particolare, riteniamo sia indispensabile fornire una breve introduzione al pensiero e alla critica letteraria femminista.

Il femminismo è un fenomeno caratterizzato da due aspetti strettamente intrecciati tra loro: da un lato, esso è un movimento politico di donne che si sono battute e si battono, per i diritti sociali, politici ed economici delle donne; dall’altro lato, il movimento politico è stato affiancato e sostenuto da un’elaborazione teorica e concettuale mirata a denunciare, analizzare, e approfondire nelle loro implicazioni filosofiche, le modalità e le strumentazioni culturali con cui si è perpetuato nei secoli il predominio maschile sulle donne.

Il femminismo contemporaneo è soprattutto impegnato in un processo di elaborazione teorica dei concetti di genere come costruzione culturale, e di differenza sessuale, e ha prodotto opere di grandissima importanza per tutti i campi delle scienze umane. La conoscenza del pensiero femminista è un elemento fondamentale per la formazione culturale degli insegnanti. Ciò è particolarmente vero, e urgente, per chi lavora nel campo delle letterature classiche, dove l’influsso del pensiero femminista, almeno in Italia, è stato finora troppo scarso, specialmente se si confrontano le situazioni nei paesi di area anglosassone.

 

1. Le origini del pensiero femminista

Contenuto del capitolo. Per inquadrare le origini del pensiero femminista, vedremo le figure di due antesignane del movimento, che scrivono nel periodo della Rivoluzione Francese: Olimpe de Gouges (Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, 1791), e Mary Wollstonecraft (Una rivendicazione dei diritti della donna, 1792). Il periodo che va dal 1848 al 1918 vede la nascita e lo sviluppo del monvimento femminista nei paesi occidentali avanzati (soprattutto Francia, Inghilterra, Stati Uniti), diviso nelle due correnti liberale e socialista. Una figura importante del femminismo liberale è Harriett Taylor (‘L’emancipazione delle donne’, 1851), con il marito John Stuart Mill (L’asservimento delle donne, 1869). Negli Stati Uniti si sviluppa il movimento liberale delle ‘suffragette’ (dalla loro richiesta fondamentale, il diritto al suffragio). La corrente socialista si ispira all’opera di Engels L’origine della famiglia (1884).

1.1 Alle radici del femminismo: Olympe de Gouges e Mary Wollstonecraft. Il moderno femminismo nasce in Francia e in Gran Bretagna alla fine del Settecento, negli anni della Rivoluzione francese. Due donne soprattutto sono importanti per la nascita del femminismo, rispettivamente in Francia e in Gran Bretagna.

Olympe de Gouges (pseud. di Marie-Olympe Gouze, 1748-1793), nata a Montauban, era figlia di un macellaio, anche se dichiarava di essere la figlia illegittima di un poeta aristocratico, Le Frère de Pompignan. A 16 anni si sposa con un ufficiale, ma due anni dopo i due si separano. Olympe va a Parigi, dove scrive numerose commedie di successo, come Le Mariage inattendu de Chérubin (1786), Molière chez Ninon (1788) e Le Couvent ou Les voeux forcés (1792), e racconti ‘orientali’ come Le Prince philosophe (1792). Nel 1789 diventa un’accesa sostenitrice della Rivoluzione, e fonda il ‘Club des Tricoteuses’ (1790). Nel 1791 è la prima a codificare i diritti della donna pubblicando la Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne (Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina). Oppositrice di Robespierre, viene arrestata nel luglio 1793, in seguito alle sue proteste per la morte di Luigi XVI, e ghigliottinata poco tempo dopo.

Mary Wollstonecraft: la vita. La nascita del pensiero femminista si può far risalire alla pubblicazione a Londra, nel 1792, di A Vindication of the Rights of Women (Una rivendicazione dei diritti della donna), ad opera di Mary Wollstonecraft (1759-1797). Mary Wollestonecraft, nata a Hoxton, vicino Londra, ebbe un’infanzia infelice. Il padre era un alcolista che maltrattava la moglie, e la famiglia aveva spesso difficoltà economiche, ma nonostante tutto Mary riuscì a farsi una cultura. Dopo aver lavorato per due anni come dama di compagnia, divenne insegnante in una scuola per ragazze da lei fondata insieme alla sorella Eliza e all’amica Fanny Blood. Dopo il fallimento dell’iniziativa, passa un anno in Irlanda come governante. Queste esperienze le ispirano i Thoughts on the Education of Daughters (Pensieri sull’educazione delle figlie, 1787), che venne pubblicato dall’editore radicale londinese Joseph Johnson. L’opera le permise di accedere a un circolo di letterati radicali di cui facevano parte figure come Thomas Paine, William Blake, e William Godwin. Johnson la assunse come traduttrice, e continuò a pubblicare le sue opere opere, tra cui Mary (A Fiction) (1788), The Female Reader (1789), e A Vindication of the Rights of Man (1790), la sua risposta alle Riflessioni sulla Rivoluzione francese di Edmund Burke.

Nel 1792 Mary va a Parigi per osservare da vicino i risultati della Rivoluzione, su cui pubblica Historical and Moral View of the French Revolution (1794). A Parigi incontra lo scrittore americano emigrato Gilbert Imlay. Con lui ha una relazione da cui nel 1794 nasce una figlia, Fanny, che si suiciderà in giovane età. Ritorna in Inghilterra con Imlay, ma le infedeltà di lui la spingono a tentare il suicidio. Ha quindi una relazione con il filosofo di tendenze anarchiche William Godwin, che sposa nel marzo del 1797. Muore a Londra di setticemia nel settembre di quell’anno, all’età di 38 anni, poco dopo aver dato alla luce una figlia, Mary, la futura moglie di Percy Bysshe Shelley, e autrice, con il nome di Mary Shelley, del celeberrimo romanzo gotico Frankenstein (1818).

Mary Wollstonecraft: l’opera. L’opera più importante di Wollestonecraft è A Vindication of the Rights of Woman (1792), il primo classico del pensiero femminista. L’opera si rivolge alla donne colte della classe media, le sole che possano acquisire seria consapevolezza dei problemi della donna. Le donne aristocratiche infatti completamente prigioniere della mistificazione secondo cui l’unica cosa importante è piacere all’uomo, mentre le donne della classe lavoratrice (cui va comunque la simpatia e il rispetto dell’autrice) sono troppo oppresse dalle necessità della vita materiale per potersi concedere lo spazio della riflessione. Wollestonecraft critica le tesi di Rousseau sull’inferiorità ‘naturale’ della donna, e rivendica parità di condizioni tra i sessi, soprattutto per quanto riguarda l’accesso all’educazione e alla cultura.

1.2 Il primo femminismo (1848-1918): la lotta per l’uguaglianza nelle correnti liberale e socialista. Quando il termine ‘femminismo’ compare per la prima volta, nel 1895, il movimento per la rivendicazione dei diritti delle donne ha già qualche decennio di vita. Verso la metà dell’Ottocento, infatti, le donne dei paesi occidentali più avanzati (Gran Bretagna, Francia) cominciano ad organizzarsi e a lottare.

Nel nascente movimento delle donne, possiamo distinguere due correnti fondamentali: la corrente liberale e quella socialista.

La corrente liberale. La corrente liberale comprende donne della classe media, che pur trovandosi in una condizione privilegiata rispetto alle donne della classe lavoratrice, in quanto non sono obbligate vendere sul neonato mercato industriale la loro forza-lavoro, ma sono ‘mantenute’ dai loro familiari maschi, vivono tuttavia in una frustrante mancanza di autonomia: non possono accedere ai livelli elevati dell’istruzione, non possono praticare le libere professioni, non possono gestire il patrimonio se rimangono vedove, non possono votare.

La corrente socialista. Le donne proletarie, che si trovano in una situazione di concorrenza e conflitto nel mondo del lavoro con gli uomini, e tra loro stesse, non possono organizzarsi in modo autonomo, ma devono organizzarsi all’interno delle più generali strutture organizzative e culturali del movimento socialista.

1.3 L’orientamento liberale: Harriett Hardy Taylor e John Stuart Mill. Una figura importante dell’orientamento liberale è Harriet Hardy Taylor (1808-1853).

La vita. Harriett è una donna inglese di classe media, che intorno al 1830, quando è già sposata e con due figli (Hardy è il suo cognome di nascita, Taylor quello del primo marito), inizia una relazione, che durerà per un ventennio, con il quasi coetaneo filosofo John Stuart Mill (1806-1873). Dopo la morte del marito di lei, nel 1849, essi convivranno, e si sposeranno nel 1851. Harriet non pubblica nulla con il suo nome nel corso della vita, ma le opere di Mill, come egli stesso più volte dichiarerà, sono frutto della sua collaborazione con la compagna. Entrambi militanti della sinistra inglese ‘radicale’, lavorano insieme per contrastare l’idea della presunta inferiorità ‘naturale’ della donna, e per cercare i mezzi e le modalità con cui superare la condizione di oppressione della donna.

Le opere. L’importante saggio ‘The enfranchisement of women’ (‘L’emancipazione delle donne’) viene pubblicato nel 1851 nella rivista The Westminster Review sotto il nome di J. S. Mill, ma è opera di Harriet. In esso Harriet annuncia al pubblico inglese che, ‘nelle zone più civilizzate e illuminate degli Stati Uniti, è sorto un movimento organizzato rivolto a una nuova questione’, l’emancipazione delle donne: ‘Sarà d’aggiunta alla sorpresa con cui molti accoglieranno qiesta notizia il fatto che il movimento che ha preso avvio non consiste in un patrocinio esercitato da scrittori e oratori maschi in favore delle donne, le quali vengano espressamente beneficate pur rimanendo indifferenti o apertamente ostili: è un movimento politico con obiettivi pratici, portato avanti in una forma che denota l’intenzione di perseverare. Ed è un movimento non meramente in favore delle donne, ma fatto dalle donne’. Harriet denuncia la mistificazione maschile che vuol far credere alle donne che la loro condizione di inferiorità e oppressione sia dovuta alla legge della natura, quando invece essa è dovuta solo alla legge delle istituzioni sociali. Taylor rivendica l’eguaglianza completa delle donne con gli uomini nell’accesso all’istruzione, alle libere professioni, alle istituzioni mediche, legali e religiose, e alle strutture polictiche e amministrativi, con diritto di voto e di eleggibilità. Rivendica altresì, e in questo è più radicale di Mill, la possibilità per le donne di intraprendere attività imprenditoriali ed economiche alla pari con gli uomini: la cura della casa e l’allevamento dei figli devono essere a carico di personale (femminile) stipendiato. Il libro di Mill The Subjection of Women (L’asservimento delle donne, 1869) avrà grande successo e diffusione, e sarà tradotto anche in italiano appena un anno dopo, contemporaneamente a Milano (La servitù delle donne del Signor John Stuart Mill, trad. da Anna Maria Mozzoni (su cui vedi § 1.6), Milano 1870) e a Napoli (La soggezione delle donne di John Stuart Mill, tradotta dall’inglese per Giustiniano Novelli, con Appendice contenente notizia delle donne più illustri tolta da Vespoli, Napoli 1870).

1.4 Le suffragette americane e la ‘Dichiarazione di Seneca Falls’. Il movimento delle donne negli Stati Uniti (le ‘suffragette’), cui faceva riferimento Taylor nel suo scritto, aveva trovato il suo atto di nascita nella cosiddetta ‘Dichiarazione dei sentimenti’ di Seneca Falls (vicino a New York) del luglio 1848, redatta, sul modello della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, da Lucretia Mott, Elizabeth Cady Stanton, Martha Wright e Mary Ann McClintock: ‘La storia dell’umanità è una storia di torti e di arbitrii ripetuti dell’uomo nei confronti della donna, che hanno avuto direttamente a oggetto la creazione di un’assoluta tirannia su di lei’. Si tratta della prima presa di parola pubblica delle donne per la rivendicazione del voto e dei diritti di cittadinanza, per l’uscita dall’oppressione domestica e la rottura della mistificazione delle ‘sfere separate’.

1.5 Friedrich Engels e il pensiero socialista. L’altra corrente del movimento delle donne, quella socialista, si rifà al pensiero marxista. L’opera che soprattutto ispira questo orientamento è il libro di Friedrich Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884). Engels e il movimento socialista riconoscono certamente la specificità della situazione delle donne, asservite al sistema patriarcale oltre che soggette allo sfruttamento di classe, ma vedono la soluzione del problema delle donne come subordinato rispetto alla lotta del proletariato contro il sistema capitalistico per la costruzione di una società socialista. La convinzione teoretica che ‘venga prima’ e sia più importante la differenza fra le classi piuttosto che quella dei sessi fa sì che il movimento socialista faccia fatica ad accettare la formazione di un movimento di donne autonomo al suo interno. D’altronde, le rivendicazioni delle suffragette vengono presentate come iniziative borghesi, che, con il riconoscimento dell’eguaglianza formale delle donne e il raggiungimento del diritto di voto, non faranno altro che rafforzare il sistema di sfruttamento di classe e l’oppressione del patriarcato.

Le difficoltà delle femministe all’interno del movimento socialista sono testimoniate anche dall’Autobiografia (1926, ma pubblicata integralmente solo nel 1970) di Aleksandra M. Kollontai (1872-1952), una delle più importanti esponenti del movimento socialista e comunista del primo Novecento, insieme a Klara Zetkin, e la prima donna della storia a diventare ministro (è ‘commissario del popolo’, cioè ministro per l’assistenza sociale, nel governo di Lenin dal 1917 al 1922).

1.6 Il femminismo in Italia tra Otto e Novecento. Anche in Italia il movimento di emancipazione delle donne ha una significativa presenza nel periodo del primo femminismo, soprattutto nell’area socialista, ma anche in quella liberale.

Le due figure più importante della corrente socialista in Italia sono Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff.

Anna Maria Mozzoni. Anna Maria Mozzoni (1837-1920), nata da una ricca famiglia lombarda, traduttrice di J. S. Mill, visse una vita anticonformista, diventando madre di una figlia di cui non volle mai rivelare la paternità e sposando, quasi quarantenne, un uomo più giovane di dieci anni.

Anna Kuliscioff. Anna Kuliscioff (1857circa-1925), nata in Russia, viene espulsa dal suo paese nel 1877. Seguace di Bakunin, si lega prima ad Andrea Costa, fondatore dell’Avanti!, e poi a Filippo Turati. Nei primi decenni del Novecento, Kuliscioff è impegnata in un’aspra battaglia all’interno del Partito socialista (e contro lo stesso Turati), accusato di non mettere la questione femminile tra i suoi temi principali, e di essere ispirato da un atteggiamento paternalista e tradizionalista verso le donne.

L’Unione femminile nazionale. Nell’area liberale, nel 1899 Ersilia Majno Bronzini fonda a Milano, con altre donne, l’Unione femminile nazionale (attiva ancora oggi: <http://www.unionefemminile.it>), espressione della borghesia filantropica e illuminata. L’Unione conduce una prima inchiesta sul suffragio femminile tra personalità illustri. Quasi tutti gli uomini interpellati si dichiarano contrari, e contrarie sono anche alcune donne.

La lotta per il suffragio. Per coordinare la lotta per il suffragio, nel 1904 viene fondato il Consiglio nazionale delle donne italiane (di area liberale e cattolica), aderente all’International Council of Women. Le suffragiste italiane vengono ispirate soprattutto dal movimento delle suffragette inglesi guidate da Emmeline Pankhurst (l’autrice del famoso slogan ‘Abbiate fiducia in Dio, Ella vi aiuterà’). Nel 1906 la famosa pedagogista Maria Montessori redige un proclama rivolto alle donne, esortandole all’impegno e alla lotta, che viene affisso per le strade di Roma. Sempre nel 1906 viene pubblicato Una donna di Sibilla Aleramo (pseudonimo di Rina Faccio), considerato il primo romanzo femminista italiano. Il Parlamento tuttavia continua a respingere le proposte di legge sul suffragio femminile. Negativa è anche il parere formulato nel 1907 dalla commissione di soli uomini (‘i Soloni’) incaricata da Giolitti di valutare la questione del suffragio femminile. In quell’anno, le donne finlandesi sono le prime al mondo ad ottenere il diritto di voto. Nel 1908 tocca alla Danimarca, e a partire dal 1910 a vari stati degli Stati Uniti (in tutti gli usa dal 1920), quindi ad altri paesi del Nord Europa.

Nel 1912 viene promulgata in Italia la legge sul cosiddetto ‘suffragio universale’. In realtà, le donne sono totalmente escluse dal voto, che è riservato ai cittadini maschi che abbiano compiuto 30 anni e abbiano svolto il servizio militare. Con l’avvento del fascismo il femminismo italiano tramonta. Le donne italiane otterrano il diritto di voto soltanto nel 1946.

2. Uguaglianza vs. differenza nel periodo di riflusso (1918-1968).

Contenuto del capitolo. Dal primo dopoguerra alla fine degli anni Sessanta, il movimento femminista, che ha ottenuto ormai le conquiste giuridiche più importanti, si appanna. In questo periodo, si segnalano però due personalità di grande importanza, Virginia Woolf e Simone de Beauvoir. Woolf nei suoi saggi getta le basi di quella che diventerà la teoria della ‘differenza’ sessuale (nonché della critica letteraria femminista), mentre de Beauvoir, affermando che ‘donna non si nasce, lo si diventa’, è la prima teorica dell’identità sessuale come costruzione culturale.

Negli anni Sessanta, prima dell’esplosione del ’68, vedremo come particolarmente significative e influenti le personalità di Betty Friedan (La mistica della femminilità, 1963) e di Juliet Mitchell (‘Donne: la rivoluzione più lunga’, 1966).

2.1 Uguaglianza e differenza: Virginia Woolf. All’indomani della prima guerra mondiale, almeno nel mondo anglo-americano e nell’Unione Sovietica (ma non in Italia), le donne hanno ottenuto importantissime vittorie, conquistando diritti fondamentali (il voto, l’accesso all’istruzione superiore e alle libere professioni). Dopo queste importanti conquiste, però, si apre una fase di crisi per il movimento, destinata a durare per cinquant’anni. In questa fase nel movimento delle donne comincia a farsi strada la discussione, destinata a diventare di importanza essenziale, sulla contraddizione tra ‘uguaglianza’ e ‘differenza’.

Il raggiungimento dell’uguaglianza formale con gli uomini non soddisfa, per esempio, la grande scrittrice Virginia Woolf (1882-1941), che analizza criticamente la ‘nuova’ condizione delle donne (colte e di classe media) in due saggi, Una stanza tutta per sé (A Room of One’s Own, 1929) e Tre ghinee (Three Guineas, 1938), che sono anche i primi esempi di critica letteraria femminista. La conquista dell’uguaglianza formale non deve far sì che le donne facciano propri anche i valori etici e politici imposti dagli uomini. I valori etici e politici delle donne sono ‘differenti’ da quelli degli uomini, e questa ‘differenza’ deve essere affermata e praticata dalle donne nella loro vita pubblica, in contrapposizione ai valori dominanti maschili, che conducono alla guerra e allo sfruttamento. Un passo da Una stanza tutta per sé basta per far capire come in Virginia Woolf si trovino anticipati spunti che saranno poi sviluppati dal pensiero della differenza:

‘Sarebbe un vero peccato se le donne scrivessero come gli uomini, o somigliassero agli uomini, perché se due sessi non bastano, considerando la vastità e la varietà del mondo, come potremmo cavarcela con uno solo? Non dovrebbe l’educazione evidenziare e rafforzare le differenze, piuttosto che le somiglianze?’.

2.2 Simone de Beauvoir: ‘Donna non si nasce, lo si diventa’. Un’opera fondamentale per lo sviluppo del pensiero femminista è il libro Il secondo sesso (Le deuxième sexe, 1949) di Simone de Beauvoir (1908-1985). Simone de Beauvoir, compagna di Jean-Paul Sartre, parte da una prospettiva esistenzialistica, e giunge ad inviduare una spiegazione della subordinazione della donna che avrà un’importanza essenziale per il nuovo femminismo: donna non si nasce, si diventa. La donna è un essere umano subordinato, il ‘secondo sesso’ rispetto al ‘primo’ (quello maschile), è l’l’‘Altro’ rispetto all’‘Uno’:

‘Se io voglio definirmi, sono obbligata anzitutto a dichiarare: "Sono una donna"; questa verità costituisce il fondo sul quale si ancorerà ogni altra affermazione. Un uomo non comincia mai col classificarsi come un individuo di un certo sesso: che sia uomo, è sottinteso. […] Il rapporto dei sue sessi non è quello di due elettricità, di due poli: l’uomo rappresenta insieme il positivo e il negativo al punto che diciamo "gli uomini" per indicare gli esseri umani, il senso singolare della parola vir essendosi assimilato al senso generale della parola homo’.

(Le parole di de Beauvoir ci fanno capire quanto siano sessiste (discriminatorie in base al sesso) pratiche ancora correnti oggi nella pratica accademica: per esempio l’abitudine di citare gli autori delle opere cui si fa un riferimento bibliografico con la sola iniziale (o iniziali) se si tratta di un autore maschio, e con il nome per esteso se si tratta di una donna; appunto, per far capire che non è, come ci si dovrebbe aspettare, un uomo, ma, stranamente, una donna.)

‘Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in senso alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna. Unicamente la mediazione altrui può assegnare a un individuo la parte di ciò che è Altro. In quanto creatura che esiste in sé, il bambino non arriverebbe mai a cogliersi come differenziazione sessuale. […] Fino ai dodici anni la giovinetta è robusta quanto i suoi fratelli, e mostra identiche capacità intellettuali; non vi sono zone dove le sia vietato rivaleggiare con loro. E, se molto prima della pubertà, o qualche volta addirittura dalla primissima infanzia, ci appare sessualmente già differenziata, non dovremo risalire a misteriosi istinti destinati a farne una creatura passiva, civetta e materna, ma dovremo ricordare che l’intervento altrui nella vita infantile è pressoché originario e che fino da principio la sua vocazione le viene imperiosamente imposta’ (da Il secondo sesso, il Saggiatore, Milano 1984, 15, 325 = Cavarero-Restaino (2002) 135-9).

Come si vede, in queste riflessioni di de Beauvoir è presente la prima teorizzazione dell’opposizione ‘sesso-genere’ che avrà tanta importanza nel secondo femminismo (vedi § 3.6).

2.3 Betty Friedan: la ‘mistica della femminilità’. La scrittrice statunitense Betty Friedan (nata Betty Naomi Goldstein, 1921) segna la fase di passaggio tra l’epoca delle grandi scrittrici Woolf e de Beauvoir e l’epoca della seconda ondata del femminismo (dal 1968 a oggi). Laureatasi in psicologia allo Smith College (Illinois) nel 1942, dopo un anno di perfezionamento a Berkeley, si spostò a New York. Dopo avere svolto diversi lavori, sposò l’impresario teatrale Carl Friedan nel 1947. Per i successivi dieci anni fu moglie e madre di tre figli, lavorando al contempo come giornalista freelance per varie riviste. Nel 1957 mandò un questionario alle sue coetanee che avevano studiato con lei allo Smith College, in cui chiedeva loro se erano soddisfatte della loro vita. Solo una ristretta minoranza espresse soddisfazione. Dopo avere allargato la ricerca con altri questionari, interviste e discussioni con esperti, Friedan pubblicò i risltati della sua indagine in un libro che ebbe immediatamente grande successo, The Feminine Mystique (La mistica della femminilità, 1963). La sua tesi era che le donne venivano spinte a credere che la felicità risiedesse nella devozione alla casa e alla famiglia, mentre la realtà era che ciò portava a uno stato di frustrazione e insoddisfazione (‘the problem that has no name’, ‘il problema che non ha nome’). Nel libro, Friedan si limita a descrivere la situazione, senza proporre vie d’uscita nell’azione collettiva delle donne. Ma entro pochi anni le condizioni cambieranno.

Nel 1966 Friedan fonda, con altre donne, il NOW (National Organization of Women), un gruppo in difesa dei diritti civili che si proponeva di ottenere uguaglianza di diritti e di opportunità di lavoro per le donne. Come presidente del NOW, Friedan condusse campagne contro la pubblicità che rafforzava le rappresentazioni convenzionali della donna, per accrescere la presenza femminile nel governo, per legalizzare l’aborto, e per estendere la cura dei figli ai servizi sociali. Divorzia nel 1969. Anche dopo avere lasciato la presidenza del NOW (nel 1970), Friedan continuò la sua battaglia femminista: fu una delle principali promotrici del ‘Women’s Strike for Equality’ del 26 agosto 1970 (il cinquantesimo anniversario del suffragio femminile negli usa), e lavorò per la ratifica del ‘Equal Rights Amendment’ alla Costituzione americana. Il suo atteggiamento meno radicale e più ‘riformista’ nel libro The Second Stage (1981) provocherà un certo sconcerto in molte femministe.

2.4 Juliet Mitchell: ‘Donne: la rivoluzione più lunga’. Nata in Nuova Zelanda (1940), si spostò con la famiglia in Gran Bretagna da bambina. Dopo gli studi di inglese a Oxford, ha insegnato fino al 1970 nelle Università di Leeds e Reading. Dal 1971 si è dedicata all’attività di saggista sui temi del femminismo e della psicoanalisi (vedi § 4.1).

In un articolo del 1966 in New Left Review, ‘Women: the Longest Revolution’ (‘Donne: la rivoluzione più lunga’), poi compreso nel volume Women’s Estate (La condizione della donna, 1971), Mitchell intepreta il movimento femminista da un punto di vista marxista ortodosso. Mitchell individua quattro elementi, sempre presenti in ogni epoca e società, che determinano la condizione di inferiorità della donna: la produzione (cioè l’economia), la riproduzione (procreazione), il sesso, la socializzazione dei figli. Anche se Mitchell, in coerenza con l’ortodossia marxista, attribuisce l’importanza maggiore all’elemento della produzione, ella affianca comunque all’elemento economico altri aspetti (la sessualità, la riproduzione, la cura dei figli), la cui analisi impegnerà molto gli sviluppi successivi del suo pensiero, e del pensiero femminista in genere.

3. Il femminismo radicale americano e la nascita della critica letteraria femminista (fine anni Sessanta-metà anni Settanta).

Contenuto del capitolo. In questo capitolo tracceremo un profilo del cosiddetto ‘femminismo della seconda ondata’, quello che si sviluppa a partire dal 1968, detto anche femminismo ‘radicale’. Il nuovo movimento nasce negli Stati Uniti e si diffonde rapidamente negli altri paesi occidentali. Vedremo alcune delle principali figure di questa fase: Shulamith Firestone (La dialettica dei sessi, 1970), Kate Millett (La politica del sesso, 1970), Germaine Greer (L’eunuco femmina, 1970). Vedremo anche come in questo periodo si sviluppa anche un femminismo lesbico, che troverà in seguito una sistemazione teorica per opera della poetessa Adrienne Rich. Chiuderà il capitolo l’antropologa Gayle Rubin, che nel 1975 introduce nel dibattito corrente l’opposizione tra sesso (determinato biologicamente) e genere (costruito socialmente).

3.1 Il femminismo radicale: ‘il personale è politico’. Tra il 1968 e il 1969 nasce un nuovo femminismo, che sarà detto ‘radicale’, in quanto si pone come suo obiettivo quello di andare alle ‘radici’ del predominio maschile sulle donne: ‘Alle radici del predominio dei maschi c’è una supremazia assoluta nella sfera della sessualità e della riproduzione, nella quale una differenza biologica, anatomica, fisiologica, ‘sessuale’ nel senso letterale del termine, viene trasformata dagli uomini, con tutti i mezzi fino alla violenza più brutale (lo stupro e/o la minaccia di esso, sempre incombente su qualsiasi donna), in differenza di ‘ruoli’ sociali e familiari, di ‘genere’ che impone alla donna un ruolo subordinato all’uomo’ (Restaino (2002) 32-3).

Dal NOW e dalla ‘New Left’ ai gruppi radicali. In parte il femminismo radicale venne creato da donne che erano state attive nel NOW ed erano insoddisfatte da quello che ritenevano essere il conservatorismo di quell’organizzazione. Nel 1967 al convegno annuale del NOW un gruppo di donne di New York abbandonarono il NOW e formarono una prima organizzazione femminista radicale, ‘The October 17th Movement’ (‘Il movimento 17 ottobre’), poi chiamato ‘The Feminists’.

Il femminismo radicale era in larga parte costituito da donne la cui precedente attività politica si era svolta in diverse organizzazioni della ‘New Left’ (‘Nuova Sinistra’). È il caso, per esempio, di donne come Shulamith Firestone (vedi § 3.3) e Jo Freeman, che fondarono l’organizzazione ‘Radical Women’ a New York nell’autunno del 1967. Queste due donne avevano in precedenza presentato una serie di richieste delle donne a un convegno della New Left, nella primavera di quell’anno. Nessuna delle loro richieste era stata considerata seriamente, e questo aveva fatto credere loro che fosse necessario creare organizzazioni di donne separate.

L’inferiorità della donna come fatto culturale. Le prime organizzatrici del femminismo radicale condividevano con il resto della New Left la convinzione che la natura di gran parte dell’ingiustizia politica fosse sistemica. Esse usarono il termine ‘radicale’ per esprimere la loro posizione, con l’intenzione di significare appunto la loro volontà di andare ‘alle radici’ del predominio maschile sulle donne. Le femministe radicali vedevano la attività delle donne del NOW o di altre organizzazioni femminili negli affari o nelle professioni come ‘riformista’, utile e necessaria ma fondamentalmente improduttiva. Esse pensavano infatti che le critiche che il femminismo liberale muoveva alla relazioni tra uomo e donna sia nella vita domestica che in quella pubblica non andassero abbastanza a fondo, e anche che il femminismo liberale non tenesse conto dell’importanza del genere, e delle relazioni sociali della vita domestica, nello strutturare tutta la vita sociale. La fiducia nel potere della legge di porre rimedio alle ineguaglianza donna-uomo testimoniava una mancanza di approfondimento del ‘sistema sesso-ruolo’, quelle pratiche ed istituzioni importanti nel creare e mantenere le differenze sesso-ruolo. Di particolare importanza era la famiglia, poiché era lì che gli uomini e le donne biologiche imparavano i costituenti culturali della mascolinità e della femminilità, e imparavano le differenze fondamentali di potere che erano una componente necessaria di entrambe.

In sostanza, per le femministe radicali, lo status politico ed economico inferiore delle donne non era che un sintomo di un problema più fondamentale: uno status inferiore e una mancanza di potere inscritta nel ruolo della femminilità. Il femminismo radicale sifdava le credenza dominanti secondo cui gli elementi costitutivi di questo ruolo, come le capacità e l’interesse delle donne nell’allevamento dei figli, o la mancanza di aggressività, o persino il contenuto degli interessi sessuali delle donne, fossero ‘naturali’. Si argomentava invece che tutte le differenze tra uomini e donne, tranne certe differenze biologiche, fossero culturali. Gli elementi costitutivi del sistema sesso-ruolo erano costruzioni sociali, e, cosa più importante, tali costruzioni erano fondamentalmente antitetiche agli interessi delle donne. Le norme incorporate nella femminilità scoraggiavano le donne dallo sviluppare le loro capacità intellettuali, artistiche e fisiche. Mentre la ‘mascolinità’ incarnava certi tratti associati con lo stato adulto, come forza fisica, razionalità e controllo emotivo, la ‘femminilità’ in parte incarnava tratti associati con l’infanzia, come debolezza e irrazionalità. La fonte del problema doveva essere trovata nella casa e nella famiglia, dove le ragazze e i ragazzi ricevevano le loro prime lezioni sulle differenze tra i sessi e dove le donne e gli uomini adulti mettevano in pratica le lezioni che avevano imparato.

Nuove modalità dell’organizzazione politica. Il femminismo radicale generò anche nuove forme di organizzazione politica. Le organizzazioni come il NOW usavano i tradizionali metodi politici per migliorare lo status delle donne: mandavano telegrammi, facevano attività di lobbying al Congresso, talvolta marciavano e facevano dimostrazioni. Anche le femministe radicali marciavano e facevano dimostrazioni, ma l’intento era diverso: non volevano necessariamente cambiare il modo di pensare della gente per farla votare in modo diverso, ma cambiare il modo di pensare della gente per farla vivere in modo diverso. Questo concetto di organizzazione politica era riassunto nell’espressione ‘consciousness-raising’ (‘autocoscienza’ in Italia). Nei primi anni del femminismo radicale un metodo usato era lo ‘street theatre’ (teatro di strada). Nell’autunno del 1968 ci fu un evento che attirò l’attenzione dell’opinione pubblica sullo ‘Women’s Lib’: le femministe radicali di New York fecero una manifestazione ad Atlantic City in occasione del concorso di Miss America, incoronando una pecora come ‘Miss America’, e gettando accessori femminile come reggiseni, bigodini, ciglia finte e parrucche in un ‘Freedom Trash Can’ (‘pattumiera della libertà’). Fu in seguito a questo evento che il movimento si guadagnò la qualifica di ‘brucia-reggiseni’ nei media.

I ‘gruppi di autocoscienza’. La forma più diffusa assunta dall’autocoscienza in quegli anni fu la discussione-confessione di gruppo (‘gruppi di autocoscienza’). Le donne si riunivano per parlare dei problemi che i ruoli sessuali ponevano loro nella vita quotidiana. Questa attenzione all’‘esperienza personale’ (riassunta nello slogan ‘il personale è politico’) ebbe grandissima influenza sulla direzione che il femminismo statunitense imboccò. A un livello teoretico, infatti, essa comportò una concentrazione di interesse sulla famiglia e sulla vita personale. Questo portò inevitabilmente a un confronto con la psicoanalisi, che venne criticata da molte femministe in quanto accusata di riflettere in modo acritico e non-politico i pregiudizi dominanti riguardo al genere, a partire dalla posizione di supremazia ricoperta dall’uomo nella famiglia e nella società.

3.2 Il Redstockings Manifesto. Il nome ‘Redstockings’ (‘calze rosse’) venne coniato negli Stati Uniti (a New York) nel 1969. Esso combina ‘blue stockings’, il termine attribuito con intento denigratorio alle donne colte e progressiste nel Settecento e Ottocento, con il ‘rosso’ della rivoluzione sociale. Il gruppo Redstockings è stato uno dei primi gruppi radicali femministi della fine degli anni Sessanta, creatore di alcuni degli slogan e delle parole d’ordine più diffuse all’epoca. Il Redstockings Manifesto (datato 6 luglio 1969) è la loro dichiarazione di intenti. I primi articoli del manifesto possono dare un’idea abbastanza chiara del tono della polemica del gruppo.

‘I. Dopo secoli di lotta politica individuale e preliminare, le donne di stanno unendo per raggiungere la loro liberazione finale dalla supremazia maschile. Il movimento ‘Redstockings’ è dedicato a costruire questa unità e a conquistare la nostra libertà.

II. Le donne sono una classe oppressa. La nostra oppressione è totale, e coinvolge ogni aspetto delle nostre vite. Siamo sfruttate come oggetti sessuali, generatrici, serve domestiche, e forza-lavoro a basso costo. Siamo considerate esseri inferiori, il cui unico scopo è quello di allietare le vite degli uomini. La nostra umanità è negata. Il nostro comportamento prescritto è forzato dalla minaccia della violenza fisica.

(…)

III. Noi identifichiamo gli agenti della nostra oppressione negli uomini. La supremazia maschile è la forma di dominio più antica e più basilare. Tutte le altre forme di sfruttamento e di oppressione (razzismo, capitalismo, imperialismo, etc.) sono estensioni della supremazia maschile: gli uomini dominano le donne; pochi uomini dominano il resto degli uomini. Tutte le strutture di potere attraverso la storia sono state dominate dagli uomini. Gli uomini hanno controllato tutte le istituzioni politiche, economiche e culturali, e hanno sostenuto questo controllo con la forza fisica. Essi hanno usato il loro potere per mantenere le donne in una posizione inferiore. Tutti gli uomini ricevono benefici economici, sessuali, e psicologici dalla supremazia maschile. Tutti gli uomini hanno oppresso le donne’.

Nel 1973, veterane del gruppo rifondarono ‘Redstockings’, e l’associazione è attiva ancora oggi (<http://www.redstockings.org>).

3.3 Shulamith Firestone. Una delle personalità più importanti di questo nuovo femminismo statunitense è Shulamith Firestone (1945). Nata in Canada da una ricca famiglia ebraica, studiò all’Art Institute di Chicago, dove divenne un’attivista nelle agitazioni per i diritti civile e contro la guerra in Vietnam della metà degli anni Sessanta. Delusa dal maschilismo dei ‘rivoluzionari’ della controcultura, fondò a New York l’organizzazione ‘Radical Women’, che molti considerano il primo collettivo moderno femminista. Nel 1969 è tra le fondatrici del gruppo ‘Redstockings’.

L’opera più importante di Firestone, scritta quando aveva 25 anni, è The Dialectic of Sex: the Case for Feminist Revolution, intr. by Rosalind Delmar, The Women’s Press, New York-London 1970, dedicata a Simone de Beauvoir. Il libro di Firestone si caratterizza per il suo fondarsi sulla biologia come base per l’analisi. A suo parere, le cause ultime dell’oppressione delle donne sono le differenze biologiche tra donne e uomini. Il fatto che le donne generino e allattino i figli rende necessaria una forma basica di famiglia in cui le donne sono sostanzialmente dipendenti da altri in un modo in cui non lo sono gli uomini. Da questo sbilanciamento basato sulla biologia risultano gli sbilanciamenti di potere che hanno caratterizzato tutte le società umane. Tuttavia, per Firestone la biologia non è un destino ineluttabile. Gli sviluppi tecnologici nella riproduzione dei figli uniti a cambiamenti culturali nell’allevamento dei figli porranno fine alla ‘tirannia della famiglia biologica’.

3.4 Kate Millett: la ‘politica del sesso’. Il libro della saggista, scrittrice e scultrice Kate Millett (1934), Sexual Politics, Avon, New York 1970, ha un’importanza particolare per il nostro discorso, in quanto esso si può considerare il capostipite della critica letteraria femminista.

Come moltre altre pensatrici del femminismo radicale, Millett vede la causa principale dell’oppressione delle donne nella ‘politica del sesso’, o ‘sessismo’, o ‘patriarcalismo’, cioè nel dominio sessuale dell’uomo sulla donna. Nel suo libro (che derivava dalla sua tesi di dottorato alla Columbia University) Millett analizza varie opere letterarie di autori come D. H. Lawrence, Henry Miller, Norman Mailer, e Jean Genet, mettendone in luce i pregiudizi maschilisti e il sessismo.

3.4 Germaine Greer: L’eunuco femmina. Un enorme successo di pubblico a livello internazionale ha nel 1970 il libro di Germaine Greer, The Female Eunuch (1970), trad. ital. L’eunuco femmina, Bompiani, Milano 1972. Greer è nata a Melbourne, Australia, nel 1939, ma si è trasferita per gli studi in Gran Bretagna, dove è rimasta e ora insegna Letteratura inglese e comparata all’università di Warwick. All’epoca, L’eunuco femmina suscitò grande sensazione per l’irruenza polemica con cui l’autrice attaccava l’istituzione del matrimonio ed esaltava la libera espressione della sessualità. Recentemente Greer ha pubblicato il ‘seguito’ del suo best-seller, The Whole Woman (1999), tradotto in italiano nello stesso anno (La donna intera, Mondadori, Milano). Il libro ha suscitato un certo sconcerto per quelli che sono sembrati dei voltafaccia della scrittrice, e per certe prese di posizioni assai discutibili (come per esempio il parere favorevole espresso nei confronti della pratica dell’infibulazione sulla base del rispetto della diversità culturale).

3.5 Il femminismo lesbico e la nascita dei ‘Lesbian Studies’. Il femminismo lesbico è una componente importante nel panorama del femminismo radicale, anche se per almeno un decennio incontrerà molte resistenze anche da parte dello stesso movimento femminista.

Il gruppo ‘Radicalesbians’. Un articolo che contribuì in modo decisivo allo sviluppo del femminismo lesbico è ‘The Woman Identified Woman’ (‘La donna identificata donna’, 1971) del gruppo noto come ‘Radicalesbians’. Questo articolo sosteneva che le donne devono eliminare il bisogno dell’approvazione maschile e la pratica di identificarsi con credenze e valori maschili, entrambi componenti essenziali di una cultura misogina. Le autrici ritenevano che un mezzo importante per raggiungere questi obiettivi e rimuovere l’autodisprezzo che le donne hanno per se stesse fosse amare altre donne, sia intellettualmente che sessualmente.

Adrienne Rich: esistenza lesbica e continuum lesbico. L’autrice che darà il maggior contributo teorico a questa corrente del femminismo è la studiosa e poetessa Adrienne Rich (1929; vedi anche § 4.2, 9.1) con il suo articolo ‘Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence’, in C. R. Stimpson, E. S. Pearson (edd.), Women, Sex, and Sexuality, Chicago, Chicago University Press, 1980, che contribuirà a dare alla teoria lesbica uno status di ‘legittimità’ e rispettabilità teorica. Rich vede nell’eterossessualità non la condizione naturale della sessualità femminile, ma un’‘istituzione’ imposta dal predominio maschile. La donna, in realtà, ha potenzialità sessuali che non sono riducibili alla sola eterosessualità; tra queste, il lesbismo. Rich distingue due concetti: l’‘esistenza lesbica’ è ‘il riconoscimento della presenza storica delle lesbiche’ e ‘la nostra costante elaborazione del significato’ di tale esistenza’; il ‘continuum lesbico’ consiste invece in ‘una serie di esperienze – sia nell’ambito di una vita singola di ogni donna che attraverso la storia – in cui si manifesta l’interiorizzazione di una soggettività femminile e non solo il fatto che una donna abbia avuto o conscimente desiderato rapporti sessuali con un’altra donna’. Per Rich sia l’esistenza che il continuum dell’esperienza lesbica esprimono la potenzialità della donna in quanto donna. In questo l’autrice si differenzia dalle femministe lesbiche più radicali (come Judith Butler, vedi § 7.6), che respingeranno l’identificazione al femminile dell’esperienza lesbica, che significherebbe sottomettersi al modello maschile, e si dichiareranno ‘non-donne’ e ‘non-uomini’.

3.6 Gayle S. Rubin e il sistema ‘sesso-genere’. Gayle S. Rubin, antropologa, esponente del femminismo lesbico, è autrice di un saggio enormemente influente (pare che sia in assoluto il più citato articolo di antropologia, almeno negli Stati Uniti), ‘The Traffic in Women: Notes on the "Political Economy" of Sex’, in M. Rayna Reiter (ed.), Towards an Anthropology of Women, New York, Mothly Review Press, 1975, pp. 157-210. Rubin, sulle orme di Mitchell, usa la psicoanalisi per una critica generale della cultura patriarcale che si basa sullo scambio delle donne da parte degli uomini. È in questo saggio che viene introdotta per la prima volta nel discorso scientifico l’espressione sex-gender system (sistema sesso-genere) per indicare ‘quell’insieme di soluzioni con cui una società trasforma la sessualità biologica in un prodotto dell’attività umana’.

Il concetto esprime dunque la distinzione (posta già, come si è visto sopra, da Simone de Beauvoir) tra il ‘sesso’ (sex) come fatto biologico e il ‘genere’ (gender) come fatto sociale, cui corrispondono, in inglese, le due diverse coppie di aggettivi: female/male e feminine/masculine.

‘‘Femminilità’ e ‘mascolinità’ sono, quindi, costruzioni socio-culturali a partire dalla differenza biologica, che funzionano convertendo questa in opposizione gerarchica, secondo un rapporto dominatore/dominato costante, anche se i contenuti ideologici dell’opposizione variano storicamente e geograficamente’ (Izzo in Izzo (1996) 57).

Rubin, nelle sue conclusioni, attenua la contrapposizione conflittuale estrema con il maschio propria del femminismo radicale, suggerendo la possibilità di un ‘recupero’ degli uomini che permetta di sorpassare il ‘sistema sesso-genere’. Un modo per raggiungere questo obiettivo è comune a varie pensatrici femministe dell’epoca (vedi § 4.3): la cura dei figli dovrebbe essere responsabilità comune ad entrmabi i genitori; in tal modo, verrebbero meno le condizioni che origianano il complesso di Edipo e il conseguente formarsi dei ‘ruoli’ di maschio e di femmina.

Negli anni successivi, Rubin darà contributi allo sviluppo della riflessione lesbica, soprattutto nel suo articolo ‘Thinking Sex’ (1984).

4. Temi femministi degli anni Settanta e Ottanta (I): la critica della psicoanalisi, la riflessione sulla maternità e l’‘etica della cura’.

Contenuto del capitolo. In questo capitolo ci soffermeremo su alcuni dei temi che hanno più interessato la riflessione femminista nel periodo immediatamente successivo a quello del femminismo radicale. Dopo l’ostilità iniziale verso la psicoanalisi, le pensatrici femministe si impegnano in una rielaborazione critica del pensiero freudiano, a partire da Juliet Mitchell (Psicoanalisi e femminismo, 1974). Le femministe rivolgono la loro attenzione in particolare al tema della maternità, con Adrienne Rich (Nato di donna, 1976), Nancy Chodorow (La funzione materna, 1978), Dorothy Dinnerstein (La sirena e il minotauro, 1977). La riflessione femminista sulla morale porta alcune di loro a sviluppare la cosiddetta ‘etica della cura’ (Carol Gilligan, Con vice di donna, 1982).

4.1 Psicoanalisi e femminismo: Juliet Mitchell. Le prime neofemministe avevano gurdato con molto sospetto alla psicoanalisi, vista come espressione di un punto di vista patriarcale. La situazione cambia alla metà degli anni Settanta, soprattutto in seguito alla pubblicazione nel 1974 di Psychoanalysis and Feminism di Juliet Mitchell, la femminista socialista inglese a cui abbiamo già accennato sopra (§ 2.4) (trad. ital. Psicoanalisi e femminismo, Einaudi, Torino 1976). In esso, all’interno di un impianto marxista althusseriano relativo alla ideologia e alla rivoluzione culturale, si sosteneva che la tradizione freudiana (soprattutto nello sviluppo datole da Jacques Lacan) forniva un’interpretazione del potere paterno nell’inconscio femminile, di cui il femminismo aveva bisogno se voleva confrontarsi con successo con l’ordine culturale del patriarcato. Nel libro vengono illustrati i molti malintesi e fraintendimenti della teoria freudiana da parte delle prime femministe a cominciare da Simone de Beauvoir fino alle contemporanee Kate Millett e Betty Friedan. Mitchell è stata tra le prime a ribadire con fermezza che fare i conti con la psicoanalisi è importante per il femminismo. Il suo studio si serve del lavoro dell’antropologo Lévi-Strauss, il quale sostiene che il patriarcato dipende dallo scambio delle donne e dal tabù dell’incesto. Secondo Mitchell patriarcato e capitalismo sono due forze che interagiscono tra loro: se il socialismo può ribaltare il capitalismo, solo la psicoanalisi può sovvertire il patriarcato.

Successivamente Mitchell ha pubblicato numerosi saggi di critica letteraria, alcuni dei quali ispirati al lavoro fondamentale della psicologa femminista americana Phyllis Chesler, Women and Madness (1972; 2a ed. 1997), trad. ital. Le donne e la pazzia, Einaudi, Torino 1977.

approfondimento Juliet Mitchell

 

 

4.2 La riflessione su donna e maternità negli Stati Uniti: Adrienne Rich. Abbiamo visto sopra (§ 3.5; cf. 9.1) Adrienne Rich come esponente di punta del pensiero lesbico. Rich si era sposata a 24 anni e aveva avuto tre figli. Venti anni dopo racconta la sua difficile esperienza di moglie e soprattutto di madre nel suo libro Of Woman Born: Motherwood as Experience and Institution, Bantam, New York 1976 (trad. ital. Nato di donna, Garzanti, Milano 1977). Per quanto Rich sottolinei le difficoltà dell’essere madre, ella respinge la visione negativa della maternità che era espressa da femministe radicali come Shulamith Firestone (§ 3.3). Rich protesta invece con forza contro funzione materna come ‘istituzione’ imposta alla donna dal potere maschile. Fino a tempi recenti, nella maggior parte dei casi il parto non era una libera scelta delle donne, ma piuttosto qualcosa che capitava loro:

‘Per la maggior parte delle donne il parto non ha implicato nessun tipo di scelta, e pochissima consapevolezza. Fin dai tempi preistorici, l’idea del travaglio è stata associata a paura, angoscia fisica o morte, a una marea di superstizioni, disinformazione, teorie teologiche e mediche, in breve a tutto ciò che ci hanno insegnato che dovremmo provare, da una vittimizzazione volontaria a un senso di realizzazione estatica’.

Rich protesta con forza contro la ‘sottrazione’ alle donne della gravidanza e del parto da parte degli uomini, che controllano il corpo delle donne, e deplora che l’educazione dei bambini sia stata presa in carico da psichiatri di sesso maschile e da altri esperti che fanno sentire le donne incompetenti persino in quello che si supporrebbe essere loro ‘naturale’. Rich critica la visione dell’uomo che concepisce se stesso in contrapposizione alla natura, e auspica l’asserzione da parte delle donne della loro affinità con la natura.

4.3 Nancy Chodorow e Dorothy Dinnerstein. Il libro della sociologa femminista americana (in seguito diventata psicoanalista) Nancy Chodorow (1944) Reproduction of Mothering: Psychoanalysis and the Sociology of Gender, University of California Press, Berkeley 1978 (trad. ital. La funzione materna: Psicoanalisi e sociologia del ruolo materno, La Tartaruga, Milano 1991) ha avuto notevole influenza su molte ricerche femministe. Chodorow, rifacendosi alle teorie della scuola psicoanalitiche delle ‘relazioni oggettuali’, sosteneva che il senso di sé femminile è riprodotto da una struttura genitoriale in ccui la madre è quella cui spetta principalmente il compito della cura dei figli, e che figli e figlie si sviluppano diversamente a seconda che questo compito di cura parentale spetti primariamente al genitore dello stesso sesso o al genitore di sesso diverso. Le figlie giungono a definirsi in quanto connesse o in relazione con gli altri. I figli maschi, invece, finiscono per definirsi come separati dagli altri, o meno correlati. Un’implicazione delle affermazioni di Chodorow è che il compito di genitore dovrebbe essere equamente ripartito fra padre e madre, in modo che i figli di entrambi i sessi possano essere seguiti, nel loro sviluppo, sia da un individuo dello stesso sesso sia da un individuo di sesso diverso.

Successivamente, Chodorow si è spostata a un contesto microsociale, che chiama ‘psicoanalisi in sé’ o ‘per se stessa’ (Feminism and Psychoanalytic Theory, Polit, Cambridge 1989).

Approfondimento Nancy Chodorow.

Dorothy Dinnerstein. Conclusioni analoghe a quelle di Chodorow, con l’affermazione della necessità del ‘dual parenting’ (‘doppio genitorato’), sono raggiunte da Dorothy Dinnerstein, nel libro The Mermaid and the Minotaur: Sexual Arrangements and Human Malaise, Harper and Row, New York 1977. La sirena (‘mermaid’) e il minotauro sono due mostri che simboleggiano rispettivamente la ‘natura’ femminile e quella maschile. Queste due ‘nature’ non sono un dato naturale, ma sono il prodotto dell’attuale modalità di cura dei figli, caratterizzata dalla totale assenza del padre nella fase pre-edipica.

4.4 L’‘etica della cura’: Carol Gilligan e Virginia Held. La psicologa Carol Gilligan espresse, nel libro In a Different Voice: Psychological Theory and Women’s Develoment, Harvard University Press, Cambridge MA. 1982 (trad. ital. Con voce di donna. Etica e formazione della personalità, Feltrinelli, Milano 1987, 19912) la sua idea della ‘voce diversa’ con cui ragazze e donne esprimono il proprio modo di intendere i problemi morali. Come Chodorow, Gilligan approva la tendenza all’affiliazione che sarebbe tipica soprattutto delle donne, e la loro attitudine ad interpretare le proprie responsabilità morali in funzione dei propri rapporti con gli altri. È solo il pregiudizio maschile che considera di maggior valore l’autonomia e l’indipendenza personale rispetto all’interesse per gli altri e all’attuazione dei rapporti. La voce di donne esprime l’‘etica della cura’, dei rapporti interpersonali; la voce dell’uomo esprime l’etica del diritto e della giustizia formale. Questa tesi di Gilligan incontrarà approvazione da parte di molte studiose, ma anche critiche, attirandosi l’accusa di ‘essenzialismo’ (‘essenzialismo’ è ‘l’idea di una natura femminile essenziale, originaria, preesistente al sociale, non modificata da differenze di classe e di razza’, Izzo (1996) 67)).

Virginia Held. Della corrente di pensiero che si rifà all’‘etica della cura’ teorizzata da Gilligan fanno parte altre studiose importanti, come Virginia Held, autrice del libro Feminist Morality: Transforming Culture, Society, and Politics, The University of Chicago Press, Chicago 1993 (trad. ital. Etica femminista. Trasformazioni della coscienza e società post-patriarcale, Feltrinelli, Milano 1997), in cui sviluppa la teoria morale allargando alla sfera sociale l’esperienza della maternità e della cura dei figli.

5. Temi femministi degli anni Settanta e Ottanta (II): la questione della violenza sessuale e della pornografia.

Contenuto del capitolo. Altri due temi molto sentiti dalle femministe sono quelli della violenza sessuale, e quello, ad esso correlato, della pornografia. Vedremo alcune tappe essenziali del dibattito sull’argomento, dal libro di Susan Brownmiller sullo stupro (Contro la nostra volontà, 1975), alle polemiche sulla pornografia negli Stati Uniti e in Canada (Andrea Dworkin e Catherine MacKinnon).

5.1 Il problema della violenza sessuale: Susan Brownmiller. Il lavoro che ha dato il via al moderno dibattito sulla violenza sessuale è il libro della giornalista e pensatrice Susan Brownmiller (1935), Against Our Will: Men, Women, and Rape, New York, Ballantine Books 1975 (trad. ital. Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale, Bompiani, Milano 1976). Il libro è diventato subito un successo internazionale ed è stato tradotto in 16 lingue.Il senso del libro di Brownmiller è racchiuso nel suo slogan tipicamente radicale secondo cui ‘Lo stupro è un processo cosciente di intimidazione attraverso il quale tutti gli uomini tengono tutte le donne in uno stato di paura’. Brownmiller parte dalla considerazione che lo stupro è sconosciuto nel mondo animale, ed è una pratica violenta tipica della specie umana. Essa è nata nella preistoria, quando l’uomo, che per ragioni anatomiche è una sorta di predatore sessuale per natura, ha scoperto di poter fare violenza alla donna nella sfera sessuale, anche tramite la semplice minaccia della pentrazione violenta. Tipica di una parte della riflessione femminista, ma non condivisa da tutte le femministe, è l’idea che nello stupro conti più la motivazione della violenza ‘politica’ e ‘morale’ rispetto a quella specificamente sessuale.

5.2 Il dibattito sulla pornografia: Andrea Dworkin e Catherine MacKinnon. Collegato al tema dello stupro è il dibattito sulla pornografia, in cui è stata, ed è, impegnata la stessa Brownmiller.

I nomi più famosi nel movimento delle donne contro la pornografia ssono quelli della saggista e romanziera Andrea Dworkin e della giurista Catherine MacKinnon, che, nella convinzione che ogni forma di pornografia costituisca una violazione dei diritti civili delle donne e un’incitamento alla violenza sessuale contro di loro, si sono anche battute perché la pornografia fosse proibita per legge nello stato del Minnesota (senza riuscirvi). Nel 1992 l’attività di lobbying di femministe canadesi ha invece ottenuto un provvedimento legale restrittivo in materia di pornografia in Canada. MacKinnon è stata anche molto attiva nel campo della lotta contro le molestie sessuali nei luoghi di lavoro, ottenendo che nel 1986 la Corte Suprema degli Stati Uniti accettasse la sua teoria della molestia sessuale come forma di discriminazione sessuale.

La lotta anti-pornografia di Dworkin e MacKinnon, e di altre femministe, che hanno trovato scomodi alleati nei settori più conservatori dell’opinione pubblica americana, ha suscitato aspre polemiche negli Stati Uniti, provocando la reazione di altre femministe, contrarie alla limitazione della libertà di espressione; tra queste, nomi noti come Friedan, Millett, Rich, insieme alla scrittrice Erica Jong, e alla maggioranza delle femministe lesbiche.

6. La teoria della differenza nel femminismo francese (dal 1968 a oggi)

Contenuto del capitolo. In questo capitolo ci spostiamo dagli Stati Uniti alla Francia per seguire il movimento femminista francese, molto importante dal punto di vista della produzione teorica, a partire dal 1968. Passeremo in rassegna le tre figure principali del femminismo francese sono Luce Irigaray (Speculum, 1974), Hélène Cixous (teorica della ‘scrittura femminile’), e Julia Kristeva, psicolinguista e teorica della letteratura.

6.1 Il movimento delle donne in Francia. Anche in Francia la ‘seconda ondata’ del femminismo si ha fra il 1968 e il 1970.

Le tre esponenti più famoso a livello internazionale degli anni Settanta sono Luce Irigaray, Hélène Cixous, e Julia Kristeva, tutte provenienti dal gruppo ‘rivoluzionario’ Psyc-et-Po (‘Psychanalise et Politique’), guidato da Antoinette Fouque. La caratteristica fondamentale di questa corrente del femminismo francese è l’attenzione che mostra ai problemi del linguaggio, soprattutto per l’influenza importantissima del filosofo e teorico della decostruzione Jacques Derrida, i cui scritti vengono pubblicati a partire dal 1967. L’interesse per il linguaggio e la testualità fa sì che questa corrente di pensiero sia particolarmente importante per lo sviluppo della critica letteraria femminista (§ 9.5). Oltre a Derrida e alla decostruzione, un’altra influenza fondamentale è quella di Jacques Lacan, i cui Scritti vengono pubblicati per la prima volta, dopo molti decenni di insegnamento, nel 1966, e di cui sia Irigaray che Kristeva sono allieve.

Il contributo teorico più importante di questo femminismo francese consiste nella compiuta elaborazione teorica di un concetto che abbiamo già visto più volte affacciarsi nello sviluppo del pensiero femminista, cioè l’idea della ‘differenza’ sessuale. L’alterità della donna non viene più vista come luogo di mistificazione e discriminazione, ma come luogo dell’autocoscienza e della possibilità di definizione di una specificità femminile.

6.2 Luce Irigaray: teoria della differenza e critica del ‘fallogocentrismo’. La psicoanalista e filosofa Luce Irigaray è nata in Belgio nei primi anni Trenta, e si è spostata in Francia negli anni Sessanta. Nel libro Speculum de l’autre femme (1974), trad. ital. Speculum. L’altra donna, Feltrinelli, Milano 1975, che le costò l’espulsione dall’Università di Vincennes, procede a una ‘fondazione’ di una teoria della differenza sessuale attraverso una analisi critica di tipo decostruzionista prima della psicoanalisi (freudiana e lacaniana), e poi dell’intera tradizione filosofica occidentale, da Platone a Hegel. Lo ‘Speculum’ del titolo fa riferimento allo specchio concavo con cui in ginecologia si guarda all’interno del corpo femminile, ed è contrapposto allo ‘specchio’ di Lacan (il suo famoso saggio Stadio dello specchio è del 1937, viene rivisto nel 1949, e reso noto al grande pubblico nel 1966), e richiama una immagine di Virginia Woolf, che criticava l’idea della donne come ‘specchio’ in cui l’uomo vede riflessa la propria immagine ingrandita.

Una parola-chiave usata da Irigaray è ‘fallogocentrismo’, con cui viene chiamato il discorso dell’uomo, rivolto a se stesso, ed espressione del suo fallocentrismo.

Nei libri successivi, tutti tradotti in italiano (Irigaray intrattiene rapporti stretti con le femministe italiane, vedi § 8.3), Irigaray pone come compito della critica femminista quello di decostruire derridianamente il linguaggio di tutti i saperi umani, svelandone il fallocentrismo. Le donne devono costruire un ‘altro’ linguaggio, portatore di valori femminili, devono parler femme, ‘parlare donna’, come si dice ‘parlare francese’.

Tutti i libri di Irigaray sono tradotti in italiano (molti ad opera di Luisa Muraro (§ 8.3)) presso vari editori, soprattutto Feltrinelli e Bollati Boringhieri.

6.3 Hélène Cixous: la ‘scrittura femminile’. L’idea di un linguaggio specificamente femminile è propria anche della saggista e poetessa Hélène Cixous (1938), che produce ella stessa esempi creativi di écriture féminine (‘scrittura femminile’), che dovrebbe mostrare la ‘differenza linguistica’ delle donne rispetto agli uomini. I due principali saggi in cui Cixous espone le sue idee sono ‘Sorties’ e ‘Le rire de la Méduse’, entrambi del 1975 (del secondo vi è una traduzione parziale in Baccolini et al. (1997) 221-46). La tesi della necessità di costruire un linguaggio ‘sessuato’ al femminile non incontrerà consenso unanime tra le femministe (contraria è per esempio Julia Kristeva).

6.4 Julia Kristeva. Julia Kristeva (1941), linguista, critica e teorica della letteratura, psicoanalista, romanziera, è nata in Bulgaria nel 1941 e si è trasferita a Parigi nel 1966, dove si lega al gruppo di intellettuali di estrema sinistra raccolto intorno alla rivista Tel Quel, animato dal suo futuro marito Philippe Sollers. È famosa nella storia delle teorie letterarie del Novecento anche per avere coniato il termine ‘intertestualità’ (in Semeiotiké. Recherche pour une sémanalyse, Seuil, Paris 1969; trad. ital. Semeiotiké. Ricerche per una semanalisi, Feltrinelli, Milano 1978), con cui intendeva il modo in cui tutti i ‘testi’, intesi come sistemi di significazione, sono in interrelazione gli uni con gli altri (in seguito Kristeva ha abbandonato l’uso del termine quando si è resa conto che gli altri lo stavano ormai usando in un senso diverso da quello in cui lei lo intendeva, ‘le sens banal de "critique des sources" d’un texte’). La sua teorizzazione riguardo al soggetto femminile muove dalla distinzione lacaniana tra lo stadio materno dei segni e delle immagine, e quello paterno dei simboli e del linguaggio. Kristeva intende rivalutare e privilegiare quello che chiama l’‘ordine semiotico’ della madre, che sarebbe proprio della fase pre-edipica, contro l’‘ordine simbolico’ del padre, proprio della fase successiva, in cui al figlio e alla figlia vengono imposti il linguaggio e le parole del padre (la Legge del Padre), che indicano loro i ‘ruoli’ cui sono destinati per la loro ‘natura’.

7. Il femminismo nell’università: la questione del soggetto e dell’identità (dalla metà degli anni Ottanta a oggi)

Contenuto del capitolo. Con gli anni Ottanta, la vitalità del movimento femminista si affievolisce dal punto di vista dell’azione politica, ma resta forte dal punto di vista dell’elaborazione teorica. In area angloamericana il femminismo entra nelle università, con la creazione di dipartimenti di ‘studi delle donne’ e di ‘studi di genere’. La riflessione femminista, molto influenzata anche negli Stati Uniti dalla ‘teoria francese’ di ispirazione decostruzionista, si concentra sul problema del soggetto e dell’identità. Tra le personalità importanti rvedremo Donna Haraway (teorica del cyberfemminismo), Teresa de Lauretis, Rosi Braidotti, Judith Butler. Il femminismo della differenza, con il suo incentrarsi sul concetto di un punto di vista straniato e marginale, stimola lo sviluppo di settori di studio che risentono fortemente dell’influsso femminista: studi condotti dal punto di vista di varie ‘minoranze’, di genere sessuale (studi gay, lesbici, ‘queer’) ed etniche (femminismo afromericano).

7.1 L’‘accademizzazione’ del femminismo. A partire dagli anni Ottanta, il femminismo entra in crisi come movimento di donne organizzate politicamente, come del resto accade a tutti i ‘movimenti’ politici degli anni Sessanta e Settanta. L’elaborazione del pensiero e della teoria femminista, però, non conosce crisi, e anzi si sviluppa e si diffonde sempre di più in molteplici campi del sapere (filosofia, storia, critica letteraria, sociologia), e in tutti i paesi avanzati (vedremo nella prossima Unità il caso degli studi sulle letterature classiche). Nel mondo angloamericano il femminismo si ‘accademizza’ rapidamente. Le femministe degli ultimi venti anni sono per lo più docenti universitarie, impegnate prevalentemente in un lavoro di ricerca di tipo accademico; nell’università entrano anche la maggior parte delle femministe radicali che abbiamo visto sopra (§ 3). In area angloamericana si diffondono, a livello universitario, gli ‘Women’s Studies’ e i ‘Gender Studies’, così come i campi correlati (in quanto ispirati sempre al valorizzamento delle potenzialità conoscitive insite in una ‘differenza’, sia etnica che di genere) dei ‘Gay’ e ‘Lesbian Studies’, dei ‘Queer Studies’, dei ‘Cultural Studies’, dei ‘Postcolonial Studies’, del femminismo nero ed etnico. Le femministe più recenti non si dedicano più all’elaborazione di strumenti concettuali destinati ad essere usati nelle lotte politiche del movimento, come negli anni Settanta, ma si propongono di studiare e analizzare concetti filosofici fondamentali come quelli di ‘identità’, ‘soggettività’, ‘sessualità’, ‘corporeità’. Le loro opere si fanno sempre più ‘difficili’ e specialistiche, anche a causa dell’influenza crescente sia negli Stati Uniti che in Italia del pensiero decostruzionista (solitamente di non facile accesso), delle pensatrici francesi, a loro volta decostruzioniste, cui abbiano accennato sopra (Irigaray, Kristeva, Cixous), e dei filosofi, sempre francesi del ‘postmoderno’ (Deleuze, Lyotard, Baudrillard). L’opera di Michel Foucault, in particolare, e specialmente la sua Storia della sessualità in tre volumi, avrà grande influenza sugli studi femministi e di genere rivolti all’antichità classica, come vedremo nella prossima Unità.

7.2 Donna Haraway e il cyber-femminismo. Un nome significativo delle tendenze recenti del femminismo è quello di Donna Haraway. Biologa, e storica della biologia, insegna attualmente ‘History of Consciousness’ (‘Storia della coscienza’) nel Dipartimento omonimo dell’University of California, Santa Cruz, dove è collega di altre due femministe celebri, Angela Davis e Teresa de Lauretis (vedi sotto). È diventata famosa con il saggio intitolato ‘Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980’s’, in Socialist Review 80 (1985) 65-108, ristampato in Simians, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature, New York, Routledge 1991, 149-181. Il ‘cyborg’ è un individuo metà macchina (cyb-), metà organismo (-org), come il ‘Terminator’ dei film di James Cameron. Partendo dall’idea di cyborg, creature presenti (per ora) molto più nella fantascienza che non nella realtà, Haraway propone e prevede una ironica e giocosa utopia socialista-femminista, dove verranno a cadere, nella mescolanza di tecnologia e umanità, tutte le distinzioni di genere e di razza, e anche i confini tra umano e animale, tra mondo fisico e mondo informatico.

7.3 Teresa de Lauretis. Teresa de Lauretis, una delle pensatrici femministe più influenti sulla scena mondiale, è nata e cresciuta in Italia. Dopo il dottorato in Lingue e letterature moderne alla Bocconi di Milano, si è trasferita negli usa, dove ha insegnato italiano, letterature comparate, ‘women’s studies’ e critica del cinema in varie università. Attualmente, come si è detto sopra, insegna nel Dipartimento di Storia della coscienza all’University of California, Santa Cruz.

De Lauretis, esponente del femminismo lesbico, si propone, seguendo le idee delle lesbiche radicali francesi (come Hélène Cixous), e sviluppando concetti di Irigaray, una demolizione teorica dei concetti di genere e di identità sessuale. Importante nella sua elaborazione il concetto di ‘parodia’, e del continuo cambiamento di ruolo che la parodia comporta. Nessuna identità è fissa e immutabile, ogni identità è parodia di un’altra, un ‘simulacro’ di qualcosa che non esiste come dato di natura.

Un concetto di de Lauretis spesso citato è quello delle ‘tecnologie di genere’: il genere viene visto come un prodotto delle ‘tecnologie di genere’, cioè dei discorsi, delle istituzioni, delle narrazioni culturali, delle pratiche di rappresentazione visiva e verbale che ingenerano il soggetto donna.

7.4 ‘Queer Theory’. È lei a coniare, nel 1990, l’espressione ‘queer theory’. In inglese queer significa ‘strano, bizzarro, eccentrico’, ed è in origine un termine volgare e spregiativo per indicare l’omosessuale. Il termine, nel senso ‘positivo’ attuale, era originariamente associato con i politici radical gay di ActUp, Outrage, e altri gruppi che si appropriarono della parola ‘queer’ come di un marchio d’identità che puntava in direzione di una politica separatista, non-assimilazionista. Nella teoria culturale, tuttavia, la ‘queer theory’ si propone di sfidare le nozioni essenzialiste sia di eterosessualità che di omosessualità, per mirare a una comprensione della sessualità che metta in primo piano l’oltrepassare i confini, le ambivalenze, e le costruzioni culturali il cui cambiamento dipende dal contesto storico e sociale. ‘To queer’ significa allora rendere strana e dissestata anche la sessualità ‘normale’, mettere in discussione l’eterossesualità come norma socio-sessuale ‘naturale’, e promuovere la nozione di ‘non-straightness’ (‘non-eterosessualità’).

7.5 Rosi Braidotti. Anche Rosi Braidotti, come Teresa de Lauretis, è un’italiana che da molto tempo si è trasferita all’estero, in Olanda, dove insegna all’Università di Utrecht.

Le sue due opere più importanti sono Patterns of Dissonance (1991), trad. ital. Dissonanze. Le donne e la filosofia contemporanea, La Tartaruga, Milano 1994, in cui Braidotti compie una rivisitazione critica del pensiero poststrutturalista francese (Lacan, Derrida, Deleuze, Foucault), e The Nomadic Subject (1994), trad. ital. Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernità, Donzelli, Roma 1995, in cui propone il concetto di filosofia femminista ‘nomadica’. Braidotti elabora uno schema a tre livelli per capire la differenza sessuale.

Il primo livello è quello delle differenze tra uomini e donne, e implica la critica alla falsa universalità del sistema simbolico maschile, e, dal punto di vista politico, il rifiuto dell’emancipazionismo, in quanto a rischio di omologazione. Il secondo livello è quello delle differenze tra donne, e implica la critica alla falsa unità della categoria ‘donne’, che è invece incrinata da una molteplicità di variabili sociali (la classe, l’etnia, l’orientamento sessuale). Il terzo livello, infine, è quello delle differenze all’interno di ogni donna, per esempio tra il piano della soggettività conscia e quella delle identificazioni inconsce. L’invito di Braidotti è a transitare, ‘nomadicamente’, da un livello all’altro.

7.6 Judith Butler e la riflessione sul concetto di ‘corpo’. Centrale nelle opere di Braidotti è la riflessione sul ‘corpo’ della donna. Questo accento sul corpo è condiviso anche da Judith Butler, una femminista lesbica che insegna all’University of California, Berkeley.

Le sue due opere principale sono Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, Routledge, New York-London 1990, e Bodies that matter (1993), trad. ital. Corpi che contano. I limiti discorsivi del ‘sesso’, Feltrinelli, Milano 1997. In questa seconda opera, Butler adotta una prospettiva tipicamente ‘queer’. ‘Corpi che contano’ sono quelli che ‘rispettano’ i ‘codici’ o ‘discorsi’ di provenienza maschilista che prescrivono di ‘recitare’ dei ruoli fissati. Chi non rispetta quei codici è l’‘abietto’, il diverso, il ‘queer’. Per Butler occorre provare a mettere in discussione quei codici, prendendo coscienza del loro carattere di ‘costruzioni’ culturali, e adottando pratiche ‘drag’, da travestiti, da attori teatrali che cambiano continuamente ruoli e abiti.

7.7 Il femminismo nero ed etnico. Nell’ambito del femminismo un ruolo importante di critica ‘interna’ è stato svolto non solo dalle lesbiche, ma anche dalle donne nere e di altre minoranze etniche, inizialmente marginalizzate da un movimento femminista che, oltre che eterosessuale, era anche decisamente bianco e medio-borghese. Tra le numerose voci di dissonanza rispetto al femminismo bianco ed eurocentrico ricordiamo Gayatri Spivak (indiana di nascita, trasferitasi negli Stati Uniti, traduttrice di Derrida in inglese, e importante critica letteraria di ispirazione marxista), le afroamericane bell hooks (‘bell’ come la madre, Rosa Bell Watkins, ‘hooks’ come la nonna materna, Bell Blair Hooks; di lei si può leggere in italiano la raccolta di saggi Elogio del margine. Razza, sesso e mercato culturale, Feltrinelli, Milano 1998), Angela Davis (nota esponente della lotta antirazzista della fine degli anni Sessanta), e Barbara Smith; le latinoamericane Gloria Anzaldúa e Rosario Morales.

8. La teoria della differenza nel femminismo italiano (dal 1968 a oggi).

Contenuto del capitolo. In questo capitolo ci rivolgeremo al movimento femminista in Italia, che fin dall’inizio degli anni Settanta fornisce importanti contributi allo sviluppo della riflessione teorica delle donne. Vedremo come il femminismo italiano si sviluppi intorno ad alcuni centri importanti, come la Libreria delle Donne di Milano e il gruppo Diotìma di Verona. Vedremo, tra le personalità più rappresentative, Carla Lonzi (Sputiamo su Hegel, 1971), e le teoriche della differenza Luisa Muraro e Adriana Cavarero.

8.1 Il movimento delle donne in Italia. In Italia il movimento femminista nasce e si sviluppa in parallelo ai movimenti nelle altre nazioni avanzate. Intorno al 1970, soprattuto a Roma e a Milano, nascono organizzazioni femministe, basate sui gruppi di autocoscienza, che saranno impegnate per un decennio nelle lotte per i diritti sociali, per l’aborto legalizzato e assistito, per il divorzio, per i servizi sociali garantiti, per le pari opportunità nei luoghi di lavoro e in quelli istituzionali. Le donne fondano loro librerie, case editrici, archivi e centri di documentazione, riviste. Una ricca documentazione sul periodo degli anni Settanta-Ottanta è raccolta nel volume Libreria delle Donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, Milano 1987. Paola Bono (curatrice anche di Questioni di teoria femminista, La Tartaruga, Milano 1993) ha curato due raccolte sul femminismo italiano uscite in inglese: con Sandra Kemp, Italian Feminist Thought: A Reader (1991), e The Lonely Mirror: Italian Perspectives on Feminist Theory (1993).

L’elaborazione del pensiero femminista italiano si svolge soprattutto intorno alla ‘Libreria delle Donne’ di Milano e al gruppo di pensatrici di Verona ‘Diotìma’ (dal nome della donna che nel Simposio platonico ispira a Socrate la teoria dell’amore come filosofia).

Tra le riviste del femminismo italiano ricordiamo dwfdonnawomanfemme (dal 1975) fondata e diretta per i primi 4 fascicoli da Ida Magli; Memoria (1981-8); Sophia (dal 1996).

8.2 Carla Lonzi. Carla Lonzi (1931-1982) è una figura chiave del primo femminismo italiano, la prima a insistere sulla differenza sessuale e sull’affermazione delle potenzialità positive della sessualità e dei valori della donna in contrapposizione a quegli dell’uomo. È autrice di due saggi ‘Sputiamo su Hegel’ (1970), e ‘La donna clitoridea e la donna vaginale’ (1971), quest’ultimo consonante con il famoso saggio di Anne Koedt su ‘Il mito dell’orgasmo vaginale’ (1970). I due articoli sono poi usciti in Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale, e altri scritti, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1977.

8.3 Il gruppo ‘Diotìma’: Luisa Muraro e Adriana Cavarero. ‘Diotìma’ è una comunità filosofica di donne con sede a Verona. Tra i suoi membri si segnalano in particolare Luisa Muraro (1940) e Adriana Cavarero (1947).

Luisa Muraro, anche animatrice della Libreria delle Donne di Milano, è stato tra le prime a introdurre in Italia la filosofia francese della differenza. La sua opera è particolarmente vicina al pensiero di Julia Kristeva, e in particolare di Luce Irigaray, la cui opera fa conoscere in Italia. Tra i suoi contributi si segnala il libro L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991, che già nel titolo suggerisce un’impostazione analoga a quella di Kristeva (§ 6.4). Una proposta di Muraro che ha sollevato discussioni e critiche è la pratica dell’‘affidamento’, in cui una donna ‘debole’ si affida a una donna ‘forte’ per essere avviata e sostenuta nel suo itinerario di liberazione e affermazione della differenza sessuale.

Adriana Cavarero (che si è distaccata da Diotìma nel 1991) si è occupata della differenza nel linguaggio (‘Per una teoria della differenza sessuale’, nel volume collettivo Diotìma. Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987), e in seguito ha esplorato dal punto di vista delle differenza varie opere della tradizione filosofica e letteraria (Nonostante Platone, Editori Riuniti, Roma 1990; Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano 1997).

9. La critica letteraria femminista

Contenuto del capitolo. In questo capitolo rivolgeremo la nostra attenzione in particolare alla critica letteraria femminista, citando alcuni dei libri più significativi in questo campo. Vedremo in particolare l’opera di Elaine Showalter, che distingue tra ‘critica femminista’ (studiare la letteratura maschile da un punto di vista femminile) e ‘ginocritica’ (studiare la letteratura prodotta da donne), e un libro particolarmente significativo, La pazza in soffitta (1979) di Sandra Gilbert e Susan Gubar. L’insistenza delle femministe sulla questione della parzialità dei punti di vista porterà come sua conseguenza estrema l’elaborazione della critica della ‘voce personale’, in cui la studiosa di letteratura parla esplicitamente in prima persona e legge i testi alla luce della propria esperienza autobiografica.

9.1 La critica letteraria femminista: studi sulla letteratura angloamericana e studi sul linguaggio. La critica letteraria femminista nasce nei primi anni Settanta negli ‘English Departments’ delle università inglesi e statunitensi.

Il 1970 è una data importante per il femminismo ‘letterario’, perché in quell’anno la poetessa Adrienne Rich (§ 3.5, 4.2) è incaricata dalla ‘Modern Language Association’ (MLA), un potente organo accademico, di stendere un contributo per il forum sullo ‘status delle donne nelle professioni’. Il saggio di Rich, ‘When We Dead Awaken: Writing as Re-vision’ (‘Quando noi morte ci destiamo: la scrittura come re-visione’, 1971, trad. ital. in A. Rich, Segreti, silenzi, bugie: il mondo comune delle donne, La Tartaruga, Milano 1989) introduce il concetto di re-visione nei confronti di un testo: in sostanza; si tratta di accostarsi a un vecchio testo, prodotto della società degli uomini, con occhi nuovi, quelli delle donne. È la nascita di una nuova prospettiva nella critica letteraria, che troverà il suo pieno sviluppo nel corso degli anni Settanta con il duplice intento di svelare i luoghi comuni sulle donne da parte dei grandi autori uomini del passato, e di rivalutare la cultura e la scrittura delle donne.

Questi anni vedono la pubblicazione di vari lavori significativi, tra cui sono da ricordare almeno Patricia Meyer Spacks, The Female Imagination, Knopf, New York 1975; Ellen Moers, Literary Women: The Great Writers, Doubleday, New York 1976 (trad. ital. Grandi scrittrici, grandi letterate, Milano, Edizioni di Comunità 1979); Elaine Showalter, A Literature of Their Own: British Women Novelists from Brontë to Lessing, Princeton University Press, Princeton 1977 (2a ed. rivista e ampliata Virago, London 1999; trad. ital. Una letteratura tutta per sé, Milano, La Salamandra 1984); Sandra Gilbert e Susan Gubar, The Madwoman in the Attic. The Woman Writer in the Nineteenth Century Imagination, Yale University Press, New Haven 1979; Toril Moi, Sexual/Textual Politics: Feminist Literary Theory, Routledge, NY-London 1985.

Importante è il libro di Judith Fetterley The Resisting Reader: A Feminist Approach to American Fiction, Bloomington, Indiana, Indiana University Press, 1978, che analizza i modi in cui la lettrice donna, nella tradizione americana, è costretta dalla pragmatica testuale ad assumere identificazioni profondamente antifemminili.

Uno dei temi che si iniziano ad affrontare alla fine degli anni Settanta è la comunicazione dal punto di vista femminile: in particolare la raccolta curata da Deborah Cameron, The Feminist Critique of Language: A Reader, London-New York, Routledge 1990, concentra l’attenzione sull’interesse per il ‘silenzio’ delle donne, la loro esclusione dalla voce del potere, la differenza di genere nei modi dell’espressione linguistica, la ricerca di una vera ‘voce femminile’.

9.2 Elaine Showalter e la ‘gynocritics’. Significativa, sempre in questi anni, è la nascita della rivista femminista americana Signs, e l’inizio di un dibattito tra pensiero femminista e mondo accademico, ad opera di Elaine Showalter con l’articolo ‘Women and the Literary Curriculum’, nella rivista College English (1970). Il contributo di Showalter ha particolare valore perché inaugura un nuovo modello di critica letteraria, quello della ‘gynocritics’. Showalter opera una distinzione tra feminist critic, ‘critica femminista’, che si concentra sulla donna come lettrice e si propone di analizzare e decostruire i presupposti ideologici patriarcali nella letteratura maschile, e, appunto, quella che chiama ‘ginocritica’, cioè la critica che si occupa della donna in quanto scrittrice.

Se il critico decostruzionista della ‘Yale School’ Geoffrey Hartman aveva usato la metafora del ‘criticism in the wilderness’ (titolo di un suo libro del 1980), Showalter la riprende per la critica femminista, nell’articolo ‘Feminist Criticism in the Wilderness’, Critical Inquiry 8 (1981)179-205, anche nel volume da lei curato The New Feminist Criticism: Essays on Women, Literature, and Theory, Pantheon Books, New York 1985, 243-70.

9.3 Sandra Gilbert e Susan Gubar: la ‘pazza in soffitta’. L’approccio di Showalter non condivide il separatismo femminista, e punta invece al confronto e al dialogo con la tradizione maschile. Questo atteggiamento è sostanzialmente fatto proprio anche da Gilbert e Gubar in The Madwoman in the Attic (1979), che pongono al centro dell’attenzione il duro processo che la donna scrittrice deve affrontare: all’‘anxiety of influence’ (Harold Bloom) propria di ogni scrittore, che deve fare i conti con la tradizione preesistente, si aggiunge per la donna l’‘anxiety of authorship’, l’‘angoscia di essere autrice’ in un mondo condizionato da una prospettiva maschile, che le impone inevitabilmente complicità e compromessi frustranti.

La ‘pazza in soffitta’ del titolo di Gilbert e Gubar si riferisce al personaggio di Bertha Mason in Jane Eyre (di Charlotte Brontë, 1847), la moglie del signore di Rochester che, diventata pazza, viene tenuta segregata da tutti nella soffitta del castello. Questa figura, vista come una sorta di ‘doppio’ della scrittrice, viene assunta dalle autrici come metafora dell’irriducibile alterità della condizione femminile. (Abbiamo visto sopra come il tema della ‘pazzia’ sia caratteristico anche del lavoro di Juliet Mitchell: § 9.1).

9.4 L’influenza del femminismo francese sulla critica americana. Le teorizzazioni di Cixous sull’écriture féminine (§ 6.3) e di Luce Irigaray sul parler femme (§ 6.2), nonché l’opera di Kristeva (§ 6.4; Kristeva, ricordiamo, è invece scettica nei riguardi della ‘scrittura femminile’), hanno esercitato notevole influenza non solo sulla riflessione teorico-filosofica del femminismo americano, ma anche sulla critica letteraria.

Tra i nomi che si possono accostare a questa tendenza, ricordiamo quelli di Mary Jacobus, Alice Jardine, Jane Gallop, Nancy K. Miller, tutte variamente impegnate nell’analisi delle relazioni esistenti tra genere, identità e linguaggio, e della loro influenza sulla scrittura femminile.

Alice A. Jardine. Esemplare di questo orientamento ‘francesizzante’ della critica statunitense è Alice A. Jardine (Professor of Romance Languages and Literatures, Harvard University), Gynesis: Configurations of Woman and Modernity, Cornell University Press, Ithaca NY, 1985. ‘Gynesis’ è un altro neologismo, formato da ‘donna’ (in greco gyne) + ‘genesi’, cioè ‘il mettere ‘la donna’ nel discorso (‘the putting into discourse of "woman"’) come quel processo diagnosticato in Francia come la condizione della modernità; anzi, la valorizzazione del femminile, della donna, e le sue connotazioni obbligatorie, cioè storiche, come qualcosa di intriseco a nuovi e necessari modi di pensare, di scrivere, di parlare’ (p. 25). ‘Gynesis’, in altri termini, sta ad indicare il ruolo fondamentale svolto dal femminile nella filosofia moderna da Nietzsche fino a Lacan, Derrida, Deleuze, in cui ‘donna’ è diventato ‘un nuovo spazio retorico (…) inseparabile dai mementi più radicali di gran parte delle discipline contemporanee’, sinonimo di ‘quei processi che sconvolgono le strutture simboliche dell’Occidente’ (pp. 38, 42).

9.5 Problemi della critica femminista. Il livello sempre crescente di astrazione e sottigliezza della teorizzazione femminista sulla letteratura, ha portato recentemente a forme di disagio nei confronti della ‘teoria’ all’interno dello stesso ambito femminista.

Da un lato, varie studiose hanno sentito il bisogno di ammonire le colleghe circa i potenziali rischi di impoverimento e stereotipizzazione dell’analisi insiti nell’adozione talora superficiale di metodologie intepretative precostituite. È il caso di Sally Minogue, curatrice della raccolta Problems for Feminist Criticism, Routledge, London-New York 1990. Similmente, Janet Todd in Gender, Art and Death, Polity Press, Cambridge 1993 rivendica il proprio ruolo di critico letterario femminista di ‘prima generazione’, quella che univa l’ottica di genere all’attenzione ‘tradizionale’ al contesto socio-culturale delle opere letterarie.

9.6 La critica della ‘voce personale’. D’altro canto, sempre come espressione di un certo scetticismo nei confronti della teoria, altre studiose hanno sviluppato un approccio alla pratica della critica letteraria di tipo ‘autobiografistico’, preoccupate dall’apparente insorgere di quello che è stato definito un ‘femminismo senza donne’ (vedi Tania Modleski, Feminism without Women: Culture and Criticism in a ‘Postfeminist’ Age, Routledge, New York-London 1991). La pratica del cosiddetto personal criticism o autobiographical criticism, o ‘critica della voce personale’, è stata presentata e sostenuta da Nancy K. Miller nel suo libro Getting Personal: Feminist Occasions and Other Autobiographical Acts, Columbia University Press, New York 1992, e nella raccolta di saggi curata da Gayle Greene e Coppélia Kahn, Changing Subjects: The Making of Feminist Literary, Routledge, London-New York 1993.

La ‘critica personale’ mette in primo piano la dimensione individuale, autobiografica, della singola studiosa, in una sorta di tentativo di recuperare le esperienze legate al vissuto della prima critica femminista. Tuttavia, questo tipo di critica non è solo legato allo scetticismo nei confronti degli eccessi personalizzanti e alla fine desessualizzanti della teorizzazione. Infatti, essa ha una sua propria motivazione teorica che consiste nel portare avanti, fino alle estreme conseguenze, la sottolineatura delle ‘differenze’ e della particolarizzazione etnica, politica e sociale che era un elemento essenziale della riflessione femminista sull’identità e sulla soggettività.

 

Abbreviazioni bibliografiche

Baccolini, Raffaella - Maria Giulia Fabi - Vita Fortunati - Rita Monticelli (edd.). 1997. Critiche femministe e teorie letterarie, clueb, Bologna (con antologia di testi).

Biagini, Enza - Augusta Brettoni - Paolo Orvieto (edd.). 2001.Teorie critiche del Novecento. Con antologia di testi, Roma, Carocci.

Cavarero, Adriana - Franco Restaino (edd.). 2002. Le filosofie femministe. Due secoli di battaglie teoriche e pratiche, Bruno Mondadori, Milano (con antologia di testi).

Ceserani, Remo. 1999. Guida allo studio della letteratura, Laterza, Roma-Bari.

Di Cori, Paola - Donatella Barazzetti (edd.). 2001. Gli studi delle donne in Italia. Una guida critica, Carocci, Roma.

Izzo, Donatella (ed.). 1996. Teoria della letteratura. Prospettive dagli Stati Uniti, La Nuova Italia Scientifica [ora Carocci], Roma.

Chialant, Maria Teresa - Eleonora Rao (edd.). 2000. Letteratura e femminismi. Teorie della critica in area inglese e americana, Liguori, Napoli (con antologia di testi).

Approfondimenti bibliografici e internet

Tra i migliori siti internet italiano per un’introduzione al femminismo e agli studi di genere segnaliamo ‘Donne e conoscenza storica’ (<http://www.url.it/donnestoria/>), con molti saggi e documenti (solo alcuni dei quali verranno segnalati nelle brevi indicazioni seguenti); e <http://www.storiadelledonne.it/>, a cura dell’Unione femminile nazione (<http://www.unionefemminile.it>) con la Società italiana delle storiche. Utile anche ‘Il sito delle streghe’ (<http://www.geocities.com/~tesorino/Il_sito_delle_streghe/index1.html>).

Un’ottima introduzione storica allo sviluppo del pensiero femminista è quella di Franco Restaino, ‘Il pensiero femminista. Una storia possibile’, in Cavarero-Restaino (2002) 3-77. Il cap. 1 (‘The Contemporary Women’s Movement’), di Linda Nicholson, Gender and History (Columbia University Press 1986), molto utile per un inquadramento storico del movimento femminista, si può leggere a: <http://www.marxists.org/reference/subject/philosophy/works/us/nichols2.htm>.

1. La ‘Dichiarazione’ di Olympe de Gouges si trova a <http://www.url.it/donnestoria/testi/percorso_900/dichiarazione.htm>. Moltissimi sono gli studi su Mary Wollstonecraft; sul web, per esempio, <http://www.edgehill.ac.uk/acadepts/humarts/english/subject/mw.htm>. Il testo di A Vindication of the Rights of Women si può leggere on line a: http://www.orst.edu/instruct/phl302/texts/wollstonecraft/woman-contents.html. Brani in Cavarero-Restaino (2002) 119-22. Possiamo anche ricordare che la scrittrice italiana Elisabetta Rasy ha dedicato a Mary Wollestonecraft il recente romanzo biografico L’ombra della luna (Rizzoli).

Recentemente è stata pubblicata in italiano la raccolta di scritti di John Stuart Mill e Harriett Taylor, Sull’eguaglianza e l’emancipazione femminile, a cura di Nadia Urbinati, Einaudi, Torino 2001. Brani in Cavarero-Restaino (2002) 123-6.

Il testo della Dichiarazione di Seneca Falls è pubblicato, insieme al resoconto della successiva ‘Convenzione di Rochester’, in un volume curato da Raffaella Baritono, Il sentimento delle libertà, La Rosa Editrice, Torino 2002. La Dichiarazione è anche leggibile a <http://www.url.it/donnestoria/testi/percorso_900/seneca.htm>.

Brani dall’Autobiografia di Aleksandra M. Kollontai (Feltrinelli, Milano 1975) in Cavarero-Restaino (2002) 127-30.

Sul movimento delle donne nel Novecento italiano, vedi Il Novecento delle italiane: una storia ancora da raccontare, a cura del gruppo ‘Controparola’, Editori Riuniti, Roma 2001. Biografia di Anna Kuliscioff a <http://www.romacivica.net/anpiroma/antifascismo/biografie%20antifascisti17.html>.

2. Sterminata la bibliografia e sitografia su Virginia Woolf e Simone de Beauvoir. Si può partire da: <http://www.depts.drew.edu/wmst/corecourses/wmst111/timeline_bios/VaWoolf.htm>, <http://www.depts.drew.edu/wmst/corecourses/wmst111/timeline_bios/SdeBeauvoir.htm>.

Brani da Tre ghinee di V. Woolf, dal Secondo sesso di de Beauvoir, e da La mistica della femminilità di Betty Friedan (trad. ital. Edizioni di Comunità, Milano 1964) in Cavarero-Restaino (2002) 131-42. Il libro più recente di Friedan in trad. ital. è L’età da inventare: la seconda metà della vita, Frassinelli 1994 (2a ed. 2000).

3. Una raccolta di slogan e ‘frasi celebri’ del femminismo radicale a <http://feminism.marhost.com/f/radfemquotes.html>.

Su Firestone cf. Sarah Franklin, ‘The Dialectic of Sex: Shulamith Firestone Revisited’ pubblicato dal Department of Sociology, Lancaster University a <http://www.comp.lancs.ac.uk/sociology/soc050sf.html>. Il primo capitolo di Dialectic of Sex è leggibile a <http://www.marxists.org/reference/subject/philosophy/works/us/fireston.htm>. Brani dalla trad. it. La dialettica dei sessi: autorità maschile e società tardo-capitalistica, a cura di L. Personemi, Guaraldi, Firenze 1971, in Cavarero-Restaino (2002) 147-50.

Kate Millett: brani da Sexual Politics (trad. ital. La politica del sesso, Rizzoli, Milano 1971) in Cavarero-Restaino (2002) 143-6.

L’eunuco femmina di Germaine Greer è ristampato negli ‘Oscar’ Mondadori.

Cronologia degli eventi principali relativi al femminismo lesbico a <http://www.womens-studies.ohio-state.edu/araw/chrono1.htm>.

Trad. ital. di ‘The Traffic in Women’ di Gayle Rubin in dwf 1 (ottobre-dicembre 1976) 23-65; brani in Cavarero-Restaino (2002) 160-4. L’articolo di Rubin ‘Thinking Sex’ si trova in C. Vance (ed.), Pleasure and Danger: Exploring Female Sexuality, Routledge, Boston 1984 = H. Abelove, M. A. Barale, D. M. Halperin (edd.), The Lesbian and Gay Studies Reader, Routledge, New York and London, 1993, 3-44.

4. Sulla psicologa femminista Phyllis Chesler, vedi <http://www.phyllis-chesler.com/>. Il suo libro più recente è Mad Men and Medusas: Reclaiming Hysteria and the Effect of Sibling Relations on the Human Condition, The Penguin Press, London 2000.

Su Adrienne Rich, vedi http://www.depts.drew.edu/wmst/corecourses/wmst111/timeline_bios/ARich.htm.

5. S. Brownmiller ha un suo sito: <http://www.susanbrownmiller.com/>. A <http://www.susanbrownmiller.com/html/antiporno.html> si può leggere il suo articolo ‘Lets Put Pornography Back in the Closet’ (‘Rimettiamo la pornografia nel ripostiglio’), scritto per il giornale Newsday nel 1979 mentre l’autrice stava organizzando il gruppo ‘Women Against Pornography’.

Una semplice ricerca in Internet mostrerà quanto vivace sia ancora oggi il dibattito sulla pornografia nel mondo americano. Una selezione di scritti di Andrea Dworkin si può leggere a <http://www.nostatusquo.com/ACLU/dworkin/OnlineLibrary.html>. Su Katherine MacKinnon: <http://www.cddc.vt.edu/feminism/MacKinnon.html>.

Il punto sulla questione è fatto in Drucilla Cornell (ed.), Feminism and Pornography, Oxford University Press, Oxford 2000, che contiene tra l’altro vari interventi di A. Dworkin e C. MacKinnon (anche di Judith Butler, bell hooks, Audre Lorde, e molte altre), nonché un ‘Manifesto italiano’ sulla prostituzione, e una sezione su quello che si suole chiamare ‘turismo sessuale’ nell’ottica degli studi postcoloniali.

6. Per un’introduzione alla critica decostruzionista, vedi Stefano Rosso in Izzo (1996) 31-56, con ampia bibliografia; Ceserani (1999) 116-9, 492-5; Biagini in Biagini-Brettoni-Orvieto (2001) 253-61, e Jonathan Culler, Sulla decostruzione, Bompiani, Milano 1988 (ed. orig. 1982).

Sul concetto di differenza sessuale vedi anche Francesca Di Donato, ‘Per una critica della differenza sessuale. Domande e risposte sulla riflessione femminista attuale’, <http://lgxserver.uniba.it/lei/personali/didonato/index.html>.

In italiano di Hélène Cixous si può vedere Scritture del corpo. Variazioni su un tema, a cura di Paola Bono, Sossella ed., 2000.

Su Julia Kristeva: <http://www.cddc.vt.edu/feminism/Kristeva.html>.

7. Non sorprendentemente, Haraway è molto popolare nel web. Il suo ‘Manifesto Cyborg’ si può leggere, per esempio, a <http://www.stanford.edu/dept/HPS/Haraway/CyborgManifesto.html>. Punti di partenza su Haraway: <http://www.anotherscene.com/outthere/dhwy.htm>, o <http://www.asahi-net.or.jp/~RF6T-TYFK/haraway.html>.

In italiano:Testimone_Modesta@FemaleMan©_incontra_OncoTopo™. Femminismo e tecnoscienza, Feltrinelli, Milano 1999; Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, Milano 1995.

Tra i libri in inglese di Teresa de Lauretis ricordiamo Alice Doesn’t: Feminism, Semiotics, Cinema (1984), Technologies of Gender (1987), The Practice of Love (1994). Ha curato tre raccolte di saggi: Feminist Studies/Critical Studies (1986), The Cinematic Apparatus (1980), e The Technological Imagination (1980). Ha curato inoltre il numero dedicato alla ‘Queer Theory’ del giornale differences: A Journal of Feminist Cultural Studies (1990). Tra i libri in italiano: La sintassi del desiderio: struttura e forme del romanzo sveviano (Ravenna, Longo 1976), Umberto Eco (Firenze, La Nuova Italia 1981), Differenza e indifferenza sessuale. Per l’elaborazione del pensiero lesbico (Firenze, Estro 1989), Sui generis. Scritti di teoria femminista (Milano, Feltrinelli 1996), Pratica d’amore. Percorsi del desiderio perverso (Milano, La Tartaruga 1997) e Soggetti eccentrici (Milano, Feltrinelli 1999).

Su ‘Gay’ e ‘Queer Theory’, vedi Marco Pustianaz, ‘Teoria gay e lesbica’, in Izzo (1996) 109-29, e, per gli sviluppi in Italia, Id., ‘Studi gay e lesbici’, in Di Cori-Barazzetti (2001) 241-58.

Su Rosi Braidotti, vedi la recensione di S. Colella di Soggetto nomade e Dissonanze (da L’Indice 1995, n. 7) a <http://www.internetbookshop.it/>.

In Cavarero-Restaino (2002) 209-12 è antologizzata parte di un’intervista di Judith Butler a Braidotti apparsa in dwf 26-7 (1995).

Studi sul ‘corpo’: in italiano, vedi tra i libri più recenti Ugo Volli, Figure del desiderio. Corpo, testo, mancanza, Raffaello Cortina ed. 2002; Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, Milano 2002. Un’antologia di saggi in inglese: Londa Schiebinger, Edwin E. Sparks (edd.), Feminism and the Body, Oxford University Press 2000.

Su Judith Butler, vedi anche Francesca Di Donato a <http://lgxserver.uniba.it/lei/personali/didonato/butler.html.>

Un saggio di Gayatri Spivak è in Baccolini et al. (1997) 105-33. Qualche passo di Elogio del margine di bell hooks si può leggere a: <http://www.url.it/donnestoria/testi/percorso_900/bell.htm>; sul suo ultimo libro, Feminism is for Everybody: Passionate Politics, South End Press, Cambridge, MA, 2000, vedi p. es. <http://www.reconstruction.ws/BReviews/revFeminism.htm>).

8. Il ‘Manifesto’ di Rivolta Femminile si può leggere a: <http://www.url.it/donnestoria/testi/percorso_900/lonzi.htm>.

Per la ‘Libreria delle donne’ di Milano vedi <http://www.libreriadelledonne.it/>. Su Luisa Muraro: <http://www.ereditareilfemminismo.com/>.

Sommario della annate di dwf (fino al 1997) a <http://www.racine.ra.it/udi/bibliografie/storia/storia02.htm>.

Il celebre articolo di Anna Koedt ‘The Myth of the Vaginal Orgasm’ (1970) si può leggere, tra i molti siti, per esempio a <http://www.cwluherstory.com/CWLUArchive/vaginalmyth.html>.

Oltre al citato Il pensiero della differenza sessuale (1987), Diotìma ha pubblicato, presso La Tartaruga di Milano, Mettere al mondo il mondo (1990), Il cielo stellato dentro di noi (1992) e, presso Liguori di Napoli, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità (1995), La sapienza di partire da sé (1996), Il profumo della maestra (1999), Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione (2002).

9. Due preziose introduzioni alla critica letteraria femminista (entrambe con antologia di saggi in traduzione italiana) sono Baccolini et al. (1997), e Chialant-Rao (2000).

Rassegna bibliografica di opere in italiano di e sulla critica letteraria femminista dal 1975 al 1996, a cura di Laura De Nicola, a <http://rmcisadu.let.uniroma1.it/crilet/mostra900/zancan.htm>.

Bibliografia e links su Elaine Showalter: <http://virtual.clemson.edu/groups/womenstudies/flc436/showalter.html>. La traduzione italiana dell’articolo di Showalter del 1981 (‘La critica femminista nel deserto’) si può leggere in Chialant-Rao (2000) 49-65).

 

ESERCIZI

1. Quali sono, nell’ambito del primo femminismo, le differenze tra la corrente liberale e quella socialista?

2. Quali sviluppi avrà nel pensiero femminista la famosa affermazione di Simone de Beauvoir secondo cui ‘Donna non si nasce; lo si diventa’?

3. Cosa si intende per ‘femminismo radicale’?

4. Da chi è stata introdotta e che cosa significa l’espressione ‘sistema sesso-genere’ (sex-gender)?

5. Cosa si intende per ‘etica della cura’?

6. Qual è stato il rapporto tra psicoanalisi e femminismo?

7. A quale ambiente culturale rimanda il termine ‘fallogocentrismo’?

8. Cos’è il ‘personal criticism’ (‘critica personale’)?

9. Spiegate il concetto di ‘teoria della differenza sessuale’.

10. A cosa si riferisce l’immagine della ‘folle in soffitta’?

 

 

INDICE

1. Le origini del pensiero femminista

1.1 Alle radici del femminismo: Olympe de Gouges e Mary Wollstonecraft.

1.2 Il primo femminismo (1848-1918): la lotta per l’uguaglianza nelle correnti liberale e socialista.

1.3 L’orientamento liberale: Harriett Hardy Taylor e John Stuart Mill.

1.4 Le suffragette americane e la ‘Dichiarazione di Seneca Falls’.

1.5 Friedrich Engels e il pensiero socialista.

1.6 Il femminismo in Italia tra Otto e Novecento.

2. Uguaglianza vs. differenza nel periodo di riflusso (1918-1968)

2.1 Uguaglianza e differenza: Virginia Woolf.

2.2 Simone de Beauvoir: ‘Donna non si nasce, lo si diventa’.

2.3 Betty Friedan: la ‘mistica della femminilità’.

2.4 Juliet Mitchell: ‘Donne: la rivoluzione più lunga’.

3. Il femminismo radicale americano e la nascita della critica letteraria femminista (fine anni Sessanta-metà anni Settanta).

3.1 Il femminismo radicale: ‘il personale è politico’.

3.2 Il Redstockings Manifesto.

3.3 Shulamith Firestone.

3.4 Kate Millett: la ‘politica del sesso’.

3.4 Germaine Greer: L’eunuco femmina.

3.5 Il femminismo lesbico e la nascita dei ‘Lesbian Studies’.

3.6 Gayle S. Rubin e il sistema ‘sesso-genere’.

4. Temi femministi degli anni Settanta e Ottanta (I): la critica della psicoanalisi, la riflessione sulla maternità e l’‘etica della cura’.

4.1 Psicoanalisi e femminismo: Juliet Mitchell.

4.2 La riflessione su donna e maternità negli Stati Uniti: Adrienne Rich.

4.3 Nancy Chodorow e Dorothy Dinnerstein.

4.4 L’‘etica della cura’: Carol Gilligan e Virginia Held.

5. Temi femministi degli anni Settanta e Ottanta (II): la questione della violenza sessuale e della pornografia.

5.1 Il problema della violenza sessuale: Susan Brownmiller.

5.2 Il dibattito sulla pornografia: Andrea Dworkin e Catherine MacKinnon.

6. La teoria della differenza nel femminismo francese (dal 1968 a oggi)

6.1 Il movimento delle donne in Francia.

6.2 Luce Irigaray: teoria della differenza e critica del ‘fallogocentrismo’.

6.3 Hélène Cixous: la ‘scrittura femminile’.

6.4 Julia Kristeva.

7. Il femminismo nell’università: la questione del soggetto e dell’identità (dalla metà degli anni Ottanta a oggi)

7.1 L’‘accademizzazione’ del femminismo.

7.2 Donna Haraway e il cyber-femminismo.

7.3 Teresa de Lauretis.

7.4 ‘Queer Theory’.

7.5 Rosi Braidotti.

7.6 Judith Butler e la riflessione sul concetto di ‘corpo’.

7.7 Il femminismo nero ed etnico.

8. La teoria della differenza nel femminismo italiano (dal 1968 a oggi).

8.1 Il movimento delle donne in Italia.

8.2 Carla Lonzi.

8.3 Il gruppo ‘Diotìma’: Luisa Muraro e Adriana Cavarero.

9. La critica letteraria femminista

9.1 La critica letteraria femminista: studi sulla letteratura angloamericana e studi sul linguaggio.

9.2 Elaine Showalter e la ‘gynocritics’.

9.3 Sandra Gilbert e Susan Gubar: la ‘pazza in soffitta’.

9.4 L’influenza del femminismo francese sulla critica americana.

9.5 Problemi della critica femminista.

9.6 La critica della ‘voce personale’.

Abbreviazioni bibliografiche.

Approfondimenti bibliografici e internet.

Esercizi.