Necessità della ricerca o abuso? La centralità del servizio di document delivery in una biblioteca biomedica dell'Università / Gabriele Mazzitelli

Il mondo delle biblioteche sta vivendo una stagione di grandi innovazioni tecnologiche. Sebbene il processo di automazione vanti una storia ormai abbastanza lunga, gli anni novanta, grazie al diffondersi di Internet, hanno visto un'improvvisa accelerazione di questo fenomeno, ponendo bibliotecari e utenti di fronte a nuovi problemi gestionali. Problemi nuovi che magari nascondono, come spesso accade, problematiche antiche, già affrontate e risolte in contesti diversi, ma che comunque ci richiedono un rinnovato impegno per cercare soluzioni atte a soddisfare le richieste dei nostri utenti.
Proprio la forte valenza sociale del nostro mestiere, quella che Ortega y Gasset ha definito la 'missione del bibliotecario', qualunque sia la tipologia di biblioteca in cui si operi, di pubblica lettura, di ricerca o di conservazione, ci richiede un'attenzione sempre viva alle novità tecnologiche e al loro impatto sulla gestione complessiva delle nostre realtà istituzionali.
Credo di poter dire che, assieme alle necessarie competenze tecniche, le qualità di un bibliotecario non sono diverse da quelle di un buon ricercatore: è necessario coltivare una grande curiosità intellettuale, ci vuole una buona dose di inventiva e anche di fantasia. Contrariamente a quanto forse molti pensano, non v'è lavoro più creativo di quello di costruire corrispondenze, rimandi e sistemi ordinati. Penso al metodo galileiano di cui tutti noi facciamo professione quotidiana nel nostro lavoro, nella ricerca di standard, il cui scopo non è quello di creare un sorta di diritto positivo ingessato, ma di stabilire regole non diverse nella loro ratio di quelle che sono alla base di ogni serio progresso scientifico. So bene che l'inventiva e la fantasia potrebbero sembrare in contrasto con il principio che la scienza non inventa nulla, ma le vere scoperte nascono sempre dalla capacità degli uomini di saper mettere le loro emozioni e i loro sentimenti al servizio degli altri: così accade anche nelle biblioteche e nei centri di ricerca dove ci troviamo a lavorare, anche se spesso la fantasia ci serve per superare alcuni dei tanti problemi che la prassi quotidiana, la difficile realtà in cui versano tante strutture, ci costringe ad affrontare.
Non v'è dubbio che questa fantasia ci aiuta a affrontare ad esempio il problema della gestione di un servizio essenziale quale il document delivery. Non vi è altresì dubbio che proprio le novità tecnologiche hanno reso ancora più rilevante, specie nelle biblioteche scientifiche, l'impatto e la centralità di questo servizio. Si suole ormai ripetere - e a ragione - che le biblioteche debbano operare just in time e non più just in case. A questa concezione che al magazzino librario vuole sostituite la capacità capillare di rifornirsi di quanto serve all'utente in un determinato momento si aggiunge un'altra idea che pure ha ormai completa cittadinanza e che integra per più versi la precedente, vale a dire il passaggio dal possesso (ancora una volta metaforicamente e fisicamente rappresentato dal magazzino) all'accesso (vale a dire la rete, Internet). Si tratta di due concezioni nuove, importanti, che si ripercuotono sull'intera vita della biblioteca, dalle procedure inventariali fino alla gestione del catalogo, con implicazioni non banali, di grande interesse sia per gli addetti ai lavori sia per gli utenti.
In una biblioteca che, pur non tradendo la sua funzione fondamentale di fornire un'ordinata rappresentazione almeno di una parte dello scibile, assume queste nuove caratteristiche la centralità del servizio di document delivery viene ancora più enfatizzata. Si pensi soltanto alla necessità di integrare gli strumenti bibliografici secondari con la disponibilità immediata della fonte primaria o all'attività dei cosiddetti aggregatori che ci propongono soluzioni sempre più sofisticate per soddisfare le necessità di ricerca dei nostri utenti.
Adesso ci può anche capitare di viaggiare nel futuro trovando in rete, in anticipo sulla data di stampa dichiarata, quelle pubblicazioni che una volta i famigerati 'tempi postali' ci costringevano a mettere a disposizione sugli scaffali con mesi di ritardo. Si pensi alla possibilità del cosiddetto pay per view in cui l'idea dell'accesso rispetto al possesso trova la sua massima esemplificazione. Si pensi al nascere di consorzi tra biblioteche, il cui scopo non è più la condivisione in un catalogo unico delle informazioni bibliografiche, bensì la creazione di una biblioteca virtuale comune.
Se ci troviamo di fronte a uno scenario di questo tipo, così affascinante e al tempo stesso ancora così carico di incognite da tanti punti di vista, ciò è dovuto soprattutto alle necessità sempre crescenti della ricerca scientifica.
A queste necessità gli editori da un lato e le biblioteche dell'altro devono dare una risposta. Per entrambi la rete potrebbe rappresentare un pericolo: spesso nel nostro ambiente si parla di disintermediazione e qualcuno vede come una reale minaccia la possibilità per l'utente di accedere facilmente a una sempre crescente massa di informazioni in rete. Ma la disintermediazione può essere un pericolo anche per gli editori, vista la relativa facilità di 'pubblicare in proprio' in rete.
Credo che si tratti di pericoli relativi, anzi ritengo che sia per le biblioteche sia per gli editori possa esserci invece l'opportunità di dar nuova prova delle proprie capacità.
E a questo punto è necessario far riferimento all'aspetto economico. Sia che si attui tramite la tradizionale fotocopia sia che si utilizzi la via elettronica, l'attività di document delivery comporta dei costi non indifferenti per la biblioteca. So bene che questa è un'idea che spesso riesce difficile spiegare anche ai nostri utenti istituzionali e dunque può essere ancor più difficile spiegarlo ad interlocutori che operano al di fuori delle nostre strutture. E va anche detto che questo costo lo pagano di già i nostri utenti, anzi spesso lo pagano in proporzione di più quanti ne usufruiscono di meno, vale a dire gli studenti.
Per altro personalmente non separerei nettamente i costi di gestione dell'attività di document delivery dai costi di manutenzione della collezione. E' evidente come l'attività di document delivery sia strettamente legata alla gestione delle raccolte, può anzi influenzarla in maniera decisiva. Citerò, per esemplificare, qualche dato di carattere finanziario: nel 1992 prima della crisi valutaria con poco più di 350 milioni la Biblioteca dell'Area Biomedica di Tor Vergata che dirigo, acquistava circa settecento periodici, nel 1999 con 675 milioni ne ha acquistato 500. So bene che questo dato va analizzato con attenzione, inserendolo nell'ambito di indici di valutazione complessivi. Ma rimane l'evidenza dei numeri e la certezza che, ad esempio, noi già abbiamo che per gli abbonamenti del 2000 la nostra amministrazione non ha la possibilità di darci finanziamenti aggiuntivi. Vorrei che voi teneste presente che gli attuali 675 milioni servono a gestire la nostra raccolta corrente, ma in buona sostanza sono anche la risorsa che noi investiamo per gestire l'attività di document deliver: avendo deciso per ora di operare in regime di reciprocità con le altre strutture bibliotecarie (a parte la nostra adesione al Catalogo Gidif che ha un costo di gestione annuo), la moneta che noi adoperiamo per lo scambio di articoli è proprio la nostra raccolta. La possibilità di fornire articoli ci garantisce anche la possibilità di richiederli. E' ovvio che vi sono anche delle spese vive quali la fotocopiatrice, il fax, i PC, ma hanno un'incidenza senz'altro minore (si parla di 10 milioni all'anno, escluso il costo delle macchine che in genere si ammortizza per più anni).
Mi pare evidente che se domani una legge imporrà alle biblioteche ulteriori costi per poter esercitare l'attività di document delivery noi saremo costretti a sottrarre risorse per la manutenzione delle raccolte: i primi a subirne un danno saranno proprio gli editori e non so quanto pareggerebbe questa perdita l'introito derivante da una 'tassa sulla fotocopia', visto il costo attuale dei periodici scientifici.
Vi è poi un altro aspetto da tenere presente che coinvolge in prima persona le biblioteche delle università e dei centri di ricerca. Le università o questi centri finanziano la ricerca pagando ricercatori e strutture. I ricercatori producono articoli da stampare in riviste e a volte per pubblicare sono costretti anche a pagare, costo anche questo che può ricadere sulla loro struttura di appartenenza. Queste stesse strutture poi, tramite le loro biblioteche, ricomprano dall'editore il lavoro di un loro ricercatore. Si dirà che è la legge del mercato e che in questa legge rientra anche un'eccessiva foga di pubblicare (una recente stima ha contato in circa 30.000 le testate del settore biomedico).
Rimane il fatto che agli aumenti dei costi la risposta tipica è quella di operare dei tagli e l'impoverimento di una raccolta può essere un danno sia per la biblioteca sia per gli editori.
Come sappiamo la legge sul copyright è in fase di revisione da parte del nostro Parlamento. Non vorrei banalizzare assolutamente la complessità di giungere a articolati che possano tenere conto delle esigenze generali: spesso nelle critiche che muoviamo agli estensori dei provvedimenti di legge, dimentichiamo i difficili compromessi a cui si è inevitabilmente costretti. Negare che di una nuova legge ci sia bisogno sarebbe in contraddizione con le tante richieste avanzate nei quasi sessant'anni trascorsi dal 1941. Eppure nella legge 633 il richiamo alla possibilità di fotocopiare per 'uso personale e di ricerca' mi sembra un richiamo moderno e che si preoccupa di consentire a tutti i cittadini di poter migliorare il proprio livello culturale. A questo proposito mi piace ricordare quanto opportunamente ribadito nel comunicato congiunto del 30 ottobre scorso che AIB, AIDA e GIDIF hanno emesso in relazione alle restrizioni previste dal D.d.L. 4953bis: "il fatto che biblioteche e centri di documentazione offrano senza scopo di lucro ai propri utenti, anche la possibilità di liberamente riprodurre, per uso personale, porzioni di opere presenti nelle proprie collezioni, è un fatto del tutto normale che viene incontro ad esigenze di studio e ricerca". Dunque non un abuso, ma la risposta a una necessità.
Questo principio va ancora tutelato nel rispetto, è ovvio, degli interessi di tutti i soggetti in gioco: in una società civile e ordinata le regole, possibilmente chiare e definite, servono proprio a questo a beneficio complessivo dell'intera collettività. E' bene che ai cittadini, ai ricercatori, agli editori e alle biblioteche vengano forniti dei punti di riferimento non ambigui. Ed è anche bene che ci sia uno sforzo comune, una volta avuti questi punti di riferimento, di farli rispettare da tutti.
Il punto di equilibrio, secondo me, deve risiedere nell'interesse comune che il progresso della scienza sia non solo consentito, ma anche promosso. Di questo progresso le biblioteche con i loro servizi sono parte integrante: noi ne siamo da sempre convinti e ci piacerebbe che ne fossero convinti, anche più di quanto già non lo siano, sia i nostri utenti, sia gli editori, sia quanti sono chiamati a redigere le leggi.