Aderire o non aderire? La questione non
si pone per me [...]. E' la mia rivoluzione.
Vladimir Majakovskij 1
La vicenda umana e artistica di Vladimir Vladimirovič Majakovskij occupa un posto particolare, quasi simbolico, nell'ambito della letteratura russa del Novecento. Il suo percorso biografico si snoda emblematicamente sullo sfondo di un evento epocale quale la Rivoluzione russa del 1917, che Majakovskij accetta di slancio, dopo essere stato negli anni immediatamente precedenti uno dei bardi del cubo-futurismo, il movimento che alla stregua dell'omologo futurismo italiano, si proponeva di rinnovare completamente la letteratura, l'arte e, in genere, l'intera cultura russa.
Protagonista di un periodo storico eccezionale, Majakovskij non si sottrae a nessun rischio: ama la spericolatezza della parola, ne esalta le qualita' espressive, la rende duttile e capace di ogni arditezza. Il verso viene manipolato da Majakovskij, piegato alle necessita' del suo canto al tempo stesso violento, roboante, ma anche tenero e spesso ricolmo di sentimenti. Di sovente Majakovskij e' stato considerato per antonomasia il poeta della Rivoluzione: tra le tantissime voci poetiche che la Russia seppe regalare alla cultura mondiale nei primi decenni del nostro secolo, quella di Majakovskij e' stata spesso vista come la piu' allineata, la piu' rispondente ai dettami del regime sovietico 2. Eppure Majakovskij decise di interrompere violentemente la sua esistenza il 14 aprile del 1930. Per amore, si disse, a causa della passione non ricambiata per una giovane attrice.
E' difficile non dare, comunque, a quel gesto un valore simbolico, come per altro fece subito Roman Jakobson in un breve, ma intensissimo saggio 3, pubblicato in quello stesso 1930. La morte di Majakovskij segna la fine di un'epoca difficile e contraddittoria, ma senz'altro nutritasi di enormi speranze. Quel gesto estremo appare ai nostri occhi come la testimonianza piu' eclatante di una delusione storica che diventa tragedia personale. Scrive Boris Pasternak nella sua Autobiografia: «Chi giunge alla determinazione del suicidio mette su se stesso una croce, volge le spalle al passato, dichiara fallimento, annulla i ricordi. I ricordi non possono piu' raggiungerlo, salvarlo, soccorrerlo. La continuita' dell'esistenza interiore e' spezzata, la personalita' e' finita. Forse, tutto sommato, ci si uccide non per tener fede alla decisione presa, ma perche' e' insopportabile questa angoscia che non si sa a chi appartenga, questa sofferenza che non ha chi la soffra, questa attesa vuota, non riempita dalla vita che continua. Secondo la mia impressione, Majakovskij si e' sparato per orgoglio, per aver condannato qualcosa in se' o attorno a se', qualcosa con cui non poteva conciliarsi il suo amor proprio» 4. Anche in questa valutazione di Pasternak, in cui, considerata l'epoca in cui venne scritta, necessariamente non si puo' essere espliciti, traspare l'idea di una volonta' di non accettazione, orgogliosa certo, sicuramente piena di amor proprio, che ci fa pensare a un gesto di protesta, al desiderio non di sottrarsi alle difficolta' della vita, bensi' di voler dichiarare pubblicamente il proprio dissenso.
Paradossalmente, pero', nel momento in cui Majakovskij decideva di chiudere drammaticamente il suo percorso biografico nell'Unione Sovietica del primo piano quinquennale, Stalin decise di innalzarlo a massima gloria poetica nazionale, chissa', forse perche', da morto, non avrebbe potuto piu' né protestare né sottrarsi alla glorificazione. Ricorda ancora Pasternak: «A proposito di quel periodo sono state dette due frasi celebri. Che la vita cominciava a diventare piu' lieta; e che Majakovskij era stato e restava il migliore e piu' geniale poeta dell'epoca. Per la seconda frase, inviai una lettera personale all'autore di queste parole, con le quali si metteva fine a quella esagerazione della mia importanza cui ero stato assoggettato verso la meta' degli anni trenta, al tempo del Congresso degli scrittori. [...] Majakovskij cominciarono ad introdurlo per forza, come le patate al tempo di Caterina. Questa fu la sua seconda morte. Di questa non ha colpa» 5.
Aveva scritto Majakovskij nella sua lettera di commiato: «A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non e' una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia e' Lilja Brik, la mamma, le mie sorelle e Veronika Vitol'dovna Polonskaja. Se farai in modo che abbiano un'esistenza decorosa, ti ringrazio.[...] Come si dice, l'incidente e' chiuso. La barca dell'amore si e' spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici» 6. Poche frasi, ma definitive, che tracciano un solco deciso.
Roman Jakobson volle offrire subito una sua spiegazione di quel gesto: «Noi ci siamo gettati con troppa foga e avidita' verso il futuro perché ci potesse restare un passato. S'e' spezzato il legame dei tempi. Abbiamo vissuto troppo del futuro, pensato troppo ad esso, in esso troppo creduto, e per noi non c'e' un'attualita' autosufficiente: abbiamo perso il senso del presente. Noi siamo i testimoni e i compartecipi di grandi cataclismi sociali, scientifici e d'altri ancora. La vita quotidiana e' rimasta indietro. [...] Neppure il futuro ci appartiene. Tra qualche decennio ci affibbieranno duramente il titolo di "uomini dello scorso millennio". Avevamo soltanto canzoni affascinanti che ci parlavano del futuro, e d'un tratto queste canzoni da dinamica del presente si sono trasformate in fatto storico-letterario. Quando i cantori sono uccisi, e le canzoni trascinate al museo e attaccate con uno spillo al passato, ancora piu' deserta, derelitta e desolata diventa questa generazione, nullatenente nel piu' autentico senso della parola» 7.
Per uno strano scherzo del destino chi come Majakovskij aveva maggiormente saputo credere nella felicita' futura dovette fare i conti con la crudelta' della storia, ma la forza della sua poesia e' entrata di prepotenza nelle nostre vite e, adesso, depurato dalle scorie della falsa esaltazione ideologica, il suo canto puo' essere apprezzato in tutte le sue sfumature. E' arrivato finalmente il momento di rileggere tutto l'opus majakovskiano con l'animo libero da qualsiasi tipo di condizionamenti per verificare e poter testimoniare senza ombra di dubbio che, qualunque possa essere l'approccio critico che si sceglie la sua "leggenda" continua ad affascinarci 8.
La presente raccolta di scritti politico-letterari nasce con l'intento di documentare un aspetto della produzione majakovskiana, che a parte gli interventi piu' strettamente riferibili agli esordi del futurismo, e' spesso rimasta in ombra, oscurata dal sospetto di un allineamento pedissequo al regime, che in realta' non ci fu mai, mentre «in verita', ipotizzare un Majkovskij lontano dalla vita politico-sociale della Russia degli anni Venti contraddice all'essenza piu' profonda del suo essere poeta, non meno di quanto potrebbe essere l'immaginarlo, un decennio prima, fuori dall'arena futurista» 9.
Leggendo questi interventi abbiamo la possibilita' di ripercorrere la fitta trama di un dibattito culturale dai toni spesso roventi, che investe l'intera societa' russa. Majakovskij non teme di sbeffeggiare gli esponenti letterari del simbolismo come Brjusov e Bal'mont, ma al tempo stesso ha parole di nostalgia per Blok, campione indiscusso della scuola simbolista e rimpiange l'amico di tante battaglie futuriste, Velimir Chlebnikov, esaltandolo come il cantore vero di una nuova poesia.
La galleria di ritratti che Majakovskij ci presenta e' ricchissima: si incontrano scrittori del passato come Lomonosov, Karamzin, Lermontov, Fet, Tjutčev, Nekrasov, Ostrovskij o contemporanei con cui, a seconda dei casi polemizzare o fraternizzare, a partire dai futuristi aderenti ad altri gruppi, quali erenevič e Igor' Severjanin per continuare con Pil'njak, Kataev, Fadeev, Leonov, Vera Inber, Anna Achmatova. Né mancano pittori come Repin, Vasnecov, Verečagin, Larionov, la Goncarova, Diego Rivera, George Grozs o esponenti della politica e della cultura quali Radek e Anatolij Vasil'evič Lunačarskij.
Il pullulare di sigle che caratterizza da subito l'URSS non risparmia nemmeno la vita letteraria. Si fa quasi fatica a orientarsi: ma dietro queste sigle si muovono uomini, organismi di partito, riviste letterarie, modi diversi di intendere l'attivita' letteraria e politica. Anche Majakovskij non sara' da meno fondando il Lef (Fronte di sinistra delle arti), che dara' vita all'omonima rivista, a cui collaboreranno in misura diversa poeti come Aseev e Pasternak. Il Lef auspica una fusione totale fra arte e vita e propugna un'integrazione del processo creativo e della produzione industriale, ma ben presto viene a scontrarsi con la forte opposizione della VAPP (Associazione panrussa degli scrittori proletari), che fondata nel 1920, anche grazie all'azione della rivista «Na literaturnom postu», aspira a essere l'unica associazione a dirigere la vita culturale sovietica. Aspirazione che diventa ancora piu' determinata quando nel 1928 la VAPP si trasforma in RAPP (Associazione russa degli scrittori proletari), facendo fallire sul nascere il tentativo di Majakovskij di dare vita nel 1929 a un nuovo movimento, il Ref (Fronte rivoluzionario). Al principio del fatidico 1930, a Majakovskij, bersaglio di continui attacchi, non restera' che aderire alla RAPP.
L'esaltazione del progresso e della tecnica, il desiderio di affermare la capacita' dell'arte di descrivere il fatto, di essere giornalisticamente in grado di farsi cronaca, spingono Majakovskij a polemizzare con altri gruppi o con singoli poeti e giornalisti in un alternarsi di alleanze e dissidi che dimostrano, certo, anche il limite di queste contrapposizioni, ma che non possono non muovere a un nostalgico rimpianto pensando che nel 1932, solo due anni dopo la morte di Majakovskij, la creazione della Sojuz pisatelej (Unione degli scrittori), porra' fine, come d'incanto, a ogni discussione.
Per Majakovskij i problemi della costruzione di una nuova arte sono i problemi reali, quotidiani della vita della giovane Repubblica sovietica. Majakovskij rivendica sempre la coerenza delle sue posizioni, si scaglia contro le semplificazioni degli avversari, riconosce la necessita' di un'arte proletaria, capace di avvicinare le masse alla poesia, ma senza compromessi, senza per questo abbassare il livello della produzione poetica. Majakovskij lega il problema dell'arte al problema dell'istruzione, dell'alfabetizzazione delle masse. Rimane sempre vivo in lui il desiderio di una prospettiva ambiziosa che non sia il frutto dell'improvvisazione, ma rappresenti un vero e proprio progetto culturale.
Il Majakovskij politico, pertanto, non puo' essere disgiunto dal Majkovskij poeta e drammaturgo. E va saldata anche la cesura tra lo scrittore cubo-futurista e l'aedo della Rivoluzione. Per Majakovskij questa separazione non esisteva, semplicemente perché non si sogno' mai di essere il poeta ufficiale dell'Unione Sovietica, almeno nel senso dispregiativo che a questo ruolo puo' essere dato. La sua aspirazione non e' diversa da quella di un'intera generazione poetica che visse la Rivoluzione come l'evento capace di creare una societa' in cui la poesia potesse vivere nei gesti di ogni giorno e fosse possibile sconfiggere la morte.
La delusione, personale e storica, non puo' e non deve, pero', cancellare il significato particolare dell'adesione di Majakovskij alla Rivoluzione, vissuta in prima persona come la vera occasione di riscatto per un intero popolo. Gli interventi a pubblici dibattiti si affiancano alla sua produzione poetica in un continuum che sarebbe ingiusto spezzare.
Quasi a volerci fornire un'interpretazione della sua produzione quale migliore testimonianza della sua attivita' politica, scrivera' nel suo ultimo poema, dal titolo A piena voce, pure cosi' ricco di accenti polemici:
«Dinanzi
alla C.C.C.10
dei futuri
anni radiosi,
sopra la banda
dei poetici
profittatori e scrocconi
io levero'
come una tessera bolscevica
tutti i cento tomi
dei miei
libri di partito»11.
Gabriele Mazzitelli
Nota al testo. La presente traduzione e' stata condotta sulla base della raccolta: Vladimir Majakovskij. Sobranie sočinenij v 12-i tomach. Moskva, Pravda, 1978. Talora i resoconti stenografici degli interventi presentano delle lacune che rendono incomprensibile alcune frasi, che si e' preferito non riportare del tutto.